MARCO MINNITI: LA PORTA GIREVOLE TRA POLITICA, INDUSTRIA DELLE ARMI E CAZZI SUOI

Marco Minniti, calabrese, nasce politicamente nel PCI, attraversa PDS e DS, approda al PD senza mai perdere l’olfatto per l’aria che tira. 
Parlamentare sempre grazie alle liste bloccate, mai un’investitura popolare diretta. È stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi sotto Enrico Letta e Matteo Renzi, poi ministro dell’Interno con Paolo Gentiloni

Uomo dell’apparato, non del consenso. Più sicurezza che diritti, più ordine che conflitto sociale.

Ma quando mai è stato di sinistra?
Domanda retorica, risposta semplice: mai. O meglio, lo è stato finché conveniva
Minniti è l’esempio da manuale del professionista del potere che scambia l’ideologia per un badge d’accesso. Oggi qui, domani lì, sempre dove c’è la stanza dei bottoni.
È stato il delfino di Antonio Bassolino, poi l’ombra lunga di Massimo D'Alema, quindi la sagoma rassicurante per Walter Veltroni, infine l’uomo giusto per Matteo Renzi. Non una linea, una traiettoria opportunista. Ha sempre fiutato il vento e ci ha messo la bandierina sopra, dichiarando che era casa sua.

In Parlamento ci è stato per anni senza che nessuno ricordasse una battaglia, un’idea scomoda, un rischio politico. Sempre comodo. Sempre coperto. Sempre protetto.

Poi arriva il Viminale e la maschera cade: sicurezza come totem, migranti come problema di ordine pubblico, diritti umani ridotti a nota a piè di pagina.
I lager libici non sono una metafora poetica. Sono una scelta politica. Gli accordi con la Libia hanno esternalizzato violenze, torture e morte. Sporca la coscienza? Forse. Pulita la narrativa? Sicuro.
E il caso Mimmo Lucano resta lì, come una ferita aperta: il sindaco simbolo dell’accoglienza trasformato in bersaglio. Un segnale chiarissimo su chi andava punito e quale modello andava demolito.

C’è poi l’altro lato, quello di cui si parla poco: armi, affari, relazioni. Cercare per credere. La vita umana misurata in stabilità geopolitica, che in pratica significa contratti
Minniti infatti ha legami istituzionali e professionali con soggetti del settore della difesa (fondazione Med-Or / Leonardo) e ha svolto ruoli di governo le cui politiche favoriscono certi rapporti e vendite internazionali. Questo spiega perché molti lo accusano di essere «vicino» al business delle armi e di aver contribuito a politiche che hanno avuto effetti concreti su migranti e rapporti con la Libia.

A destra lo stimano. Lo applaudono. Lo difendono.
Strano per un “volto iconico della sinistra”, no? Oppure no: perché Minniti è perfetto per la destra. 

Dice ordine, pratica controllo, normalizza l’eccezione. Senza urlare. Senza sporcarsi le mani in pubblico.
La Calabria? Usata come fondale. Mai un riscatto, mai un conflitto vero contro i poteri che la tengono in ginocchio. La vergogna non è solo ciò che ha fatto, ma ciò che non ha mai fatto mentre accumulava incarichi.

Minniti non è un traditore della sinistra. Sarebbe ingeneroso pretendere una fedeltà che non c’è mai stata.
È qualcosa di più banale e più grave: un affarista nero travestito da riformista, un uomo dell’apparato che ha scambiato la politica per gestione e la morale per comunicato stampa.
E no, non è un errore di percorso.
È il percorso.

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