PURU I PÙLICI (della Provincia di Cosenza) TÈNANU A TUSSA
Le Province, sulla carta, dovrebbero essere l’anello di congiunzione tra Comuni e Regione.
Pianificazione territoriale, edilizia scolastica, viabilità, ambiente. In teoria un livello amministrativo strategico.
In pratica, soprattutto in territori come quello cosentino, si sono trasformate in contenitori svuotati di funzioni reali ma rimasti pieni di poltrone.
Enti sopravvissuti a metà riforme, abolizioni annunciate e mai realizzate, referendum dimenticati e leggi tampone.
Il risultato è un ibrido istituzionale: non abbastanza operativo per incidere, non abbastanza inutile da essere cancellato.
Una terra di mezzo dove la politica parcheggia uomini, fedelissimi e debiti elettorali.
La percezione diffusa tra i cittadini è brutale ma lineare: uffici dove il tempo scorre più lento che altrove, dove l’urgenza amministrativa è un concetto astratto e dove la produttività è inversamente proporzionale al numero di badge timbrati. Postazioni blindate, difficili da scalfire, dove il merito raramente entra dalla porta principale.
Il punto non è solo occupazionale, ma sistemico. Le Province diventano snodi di consenso. Serbatoi elettorali utili a sostenere carriere politiche in salita o a garantire atterraggi morbidi a fine mandato. Un circuito chiuso dove incarichi, nomine e staff si alimentano reciprocamente.
In questo schema, i nomi cambiano ma il meccanismo resta. Presidenti, consiglieri, staff fiduciari. Figure che orbitano attorno all’ente più per funzione politica che amministrativa.
La Provincia diventa così trampolino, rifugio o sala d’attesa per nuove candidature. Un passaggio di fase più che un luogo di governo reale del territorio.
Nel frattempo, fuori dai palazzi, restano strade provinciali dissestate, scuole superiori con manutenzioni a rilento, competenze spezzettate tra enti che si rimpallano responsabilità.
Il cittadino non distingue più chi dovrebbe fare cosa. Vede solo inefficienza diffusa.
Da qui nasce la richiesta radicale: eliminazione totale.
Non riforma. Non riduzione. Cancellazione.
Trasferire competenze e risorse direttamente a Regioni e Comuni, accorpando funzioni e responsabilità. Tagliare livelli intermedi che moltiplicano burocrazia senza moltiplicare servizi.
Un modello amministrativo più corto, teoricamente più controllabile dai cittadini.
Il vero nodo, però, non è l’edificio istituzionale ma ciò che lo abita. Eliminare le Province senza cambiare i meccanismi di reclutamento, nomina e gestione del potere significherebbe solo spostare il problema di piano, non risolverlo. I “contenitori” si chiudono, il contenuto si redistribuisce.
Per questo il tema divide: c’è chi vede le Province come enti ancora utili se riformati seriamente, e chi le considera ormai irrecuperabili, simbolo di un sistema politico che preferisce mantenere strutture inefficienti pur di conservare spazi di influenza.
Nel caso cosentino, la narrazione pubblica è ormai segnata: ente percepito come lontano dai bisogni reali e vicino agli equilibri di potere.
E quando un’istituzione perde legittimazione sociale, prima ancora che giuridica, entra automaticamente nella lista di quelle “da abolire”.
C’è un’espressione cosentina che fotografa perfettamente la postura pubblica di certi enti:
“Puru i pùlici tènanu a tussa.”
Letteralmente: pure le pulci hanno la tosse.
Nel senso più politico del termine: anche chi è inutile, anche chi non incide, anche chi non produce nulla… sente il bisogno di farsi sentire.
Ecco, l’eco social e istituzionale che arriva da certi uffici provinciali sembra muoversi esattamente su questa frequenza. E lo si vede e sente sopratutto in queste ore di emergenza e difficoltà. Comunicati, post celebrativi, autoelogi, passerelle digitali dove si rivendicano meriti spesso invisibili a occhio umano. Di gente ed Enti che avrebbero potuto fare... e invece si son grattati l'ombelico.
E ora parlano pure...!
Perché mentre online si pubblicano attività, incontri, “risultati raggiunti”, fuori dagli schermi restano strade dissestate, manutenzioni tardive, interventi mai partiti o rimasti impantanati tra determine e rimpalli di competenze.
Ed è lì che il proverbio smette di essere folclore e diventa accusa politica.
E la “tosse delle pulci” smette di far sorridere. Diventa rumore fastidioso, fuori luogo, persino offensivo per chi quei disservizi li paga ogni giorno di tasca propria.
Se l’ente Provincia vuole farsi sentire, lo faccia con i bonifici di risarcimento Ai cittadini ed alle aziende che hanno subito danni.
Le Province oggi sopravvivono più per inerzia politica che per necessità amministrativa. Costano, incidono poco, ma servono ancora come ingranaggi di consenso.
Finché questa funzione resterà utile a qualcuno, la loro eliminazione resterà uno slogan ricorrente… e puntualmente disatteso.
Cinico? Sì.
Irrealistico? Purtroppo no.
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