TUTTA LA CALABRIA SOTT'ACQUA E LA POLITICA CHE NON SI BAGNA MANCO LE SCARPE

TUTTA LA CALABRIA SOTT’ACQUA. E LA POLITICA ASCIUTTA.

Stamattina anche l’altra metà della Calabria si è svegliata sott’acqua.

Non è più “un’emergenza localizzata”. Non è più “una zona colpita”. È un’intera regione che apre gli occhi e trova il fango davanti alla porta.

A Cosenza stamattina non c’erano i soliti “buongiorno”. Nei bar non si parlava di calcio, né di traffico, né di gossip. Tra un cappuccino e una brioche volavano parole vere. Parole pesanti. “‘Nculacchìvemmùertu”, “ladri”, “chi volìti fa na botta”… 

Rabbia cruda, senza filtro. Una rabbia che non guardava tessere di partito. Non risparmiava nessuno. Dai palazzi europei fino all’ultimo amministratore di quartiere.

Le chat esplodevano. Video. Foto. Strade diventate fiumi. Cantine sommerse. Macchine trascinate via. Disperazione trasformata in file compressi e inoltrati cento volte.

E mentre la gente spalava acqua, la politica preparava dichiarazioni.

La Calabria è fragile. Lo sappiamo. Lo sanno gli esperti. Lo sanno i tecnici. Lo sanno persino i bambini di seconda elementare. Lo sanno da decenni. Il dissesto idrogeologico non è un mistero esoterico. È scritto nelle relazioni, negli studi, nei piani mai attuati.


E quindi basta con la parola “straordinario”. 

Straordinario un cazzo! 

Piogge torrenziali? Succedono. Fiumi che esondano se non li curi? Succede. Colline che franano se le abbandoni? Succede.

In un sistema già precario, era prevedibile. Non oggi. Non ieri. Da anni.

E invece no. Ogni volta la stessa sceneggiata: stato di emergenza, milioni stanziati (che come al solito non si sa dove cazzo vanno a finire...), foto, strette di mano, occhi lucidi. 


Post patinati con titoli solenni. Ma mentre loro parlano, l’acqua entra nelle case.

I veri “cicloni” che hanno devastato la Calabria non si chiamano Harry o Ulrich. I veri cicloni, cari politicanti del cazzo, sono la vostra incapacità cronica, LA vostra inerzia amministrativa, la vostra politica da quattro soldi che vive di consenso e non di programmazione. Sono anni di promesse, di manutenzioni rinviate, di priorità sbagliate.

La nostra terra è bellissima. Ma è stata trattata come se fosse infinita. Cementificata dove non si doveva. Trascurata dove serviva cura. Usata come palco elettorale, non come responsabilità.

E poi c’è un’altra verità scomoda.

Noi.


Perché troppo spesso abbiamo accettato. Troppo spesso abbiamo tifato invece di pretendere. Troppo spesso abbiamo difeso il “nostro” invece di difendere la nostra Calabria.

E la politica ne ha abusato. 

Che se noi calabresi fossimo stati un po' meno lecchini e avessimo dimostrato più appartenenza e amore verso la nostra terra, tutti sti parassiti, invece di rivotarli, li avvremmo dovuti esiliare lontano, cacciati a calci in culo, rinchiusi in un tombino stretto e profondo e mantenuti a pane, acqua e... vaffanculo! 

Stamattina però no. Stamattina nei bar non c’erano sorrisi. C’era una rabbia densa, brutale. Una rabbia che sa di tradimento.

La domanda resta lì, sospesa sopra il fango: chi paga ora tutto questo?

Perché l’acqua si ritira. Sempre.

Ma le responsabilità e la memoria, se siamo seri, se amiamo davvero questa terra, dovrebbero restare.

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