KATIA COLOCA E LA VERGOGNA DI UN PRESIDENTE CHE MANCO RISPONDE
KATIA COLOCA E LA VERGOGNA DI UNA REGIONE CHE VOLTA LA FACCIA
Katia Coloca, una donna e una mamma coraggiosa... con dentro l'inferno e fuori una luce, una calma, una forza che sa di etereo... che hanno solo gli angeli.
Lotta dal 2021. Da quando gli è stato diagnosticato un carcinoma al quarto stadio. Lotta contro questo inferno e lotta contro un Presidente (Occhiuto) ed un sistema sanitario cieco, sordo e muto. Assente.
Katia Coloca è una combattente.
Ed ora è pure diventato un simbolo.
Soprattutto è la prova vivente che in Calabria la sanità non cura, seleziona.
Dal 2021 lotta contro un carcinoma al quarto stadio. Un inferno vero, clinico, certificato, con referti, terapie, cicatrici. Non uno stato d’animo, non un fastidio emotivo, non una percezione. Un tumore.
E mentre combatteva per restare viva, Katia ha dovuto affrontare un secondo nemico, più subdolo e più vile: un sistema sanitario assente, cieco, muto.
Ed un presidente in stand-by permanente.
Katia era seguita dal dottor Alberto Ventrice, urologo dimissionario dall'ospedale di Tropea che, ad un certo punto si vede costretto a mollare perché lasciato solo, senza più mezzi, senza più anestesisti per poter operare.
Katia ricorda ancora l'amarezza, la sconfitta in quelle parole:
“Non posso operarti. Non ho nemmeno gli anestesisti.”
Non è una metafora.
Non è un caso isolato.
È la fotografia della Calabria.
Katia allora prova il privato. Peggio.
Torna a Cosenza, dove ricordava procedure diverse, una sanità che almeno fingeva di esistere.
Risultato? Un giorno intero in pronto soccorso e poi la sentenza: non c’è posto per il ricovero.
Traduzione brutale: arrangiati.
L’APPELLO IGNORATO E IL SILENZIO ASSORDANTE
A quel punto Katia fa l’unica cosa che resta a chi è stato abbandonato da tutti: chiede aiuto pubblicamente.
Si rivolge al Presidente della Regione, Roberto Occhiuto.
Un appello umano, disperato, civile.
Le lacrime agli occhi.
Prima sui social, poi sui giornali.
Risposta?
Nessuna.
Zero. Il nulla istituzionale.
E oggi Katia dice una cosa che dovrebbe far vergognare chiunque abbia una carica pubblica:
“Non la vorrei più per me. La risposta dovrebbe darla a tutti i calabresi.”
Perché Katia non è un’eccezione.
È un simbolo. Rappresenta migliaia di persone che stanno male e vengono lasciate sole.
E dimmi, Robertì, allora ti sei posto il problema su quanta ansia (per non parlare d'altro) potevi provocare in Katia e nella sua famiglia col tuo silenzio?
LE FIGLIE CRESCIUTE TROPPO IN FRETTA
Nel suo appello Katia parlava delle figlie. Bambine costrette a diventare grandi mentre la madre era più in ospedale che a casa.
Anni rubati. Infanzia mutilata.
Questo è il prezzo umano della sanità che non funziona.
Oggi il tumore è in remissione. Grazie a Dio, alla scienza e alla testardaggine di una donna che non si è arresa.
Ma la ferita resta.
E resta una verità inaccettabile: non avrebbe dovuto combattere anche contro le istituzioni per ottenere il diritto a curarsi.
CARO ROBERTINO, QUI QUALCUNO HA SBAGLIATO. MA NON È KATIA
Anzi... pure Katia ha sbagliato.
Ha sbagliato a credere che tu potessi essere sensibile.
Ha sbagliato a pensare che dietro il ruolo ci fosse un cuore.
Ha sbagliato soprattutto a non denunciarti.
Perché mentre tu vai dai giudici parlando di ansia, turbamento, mutamento delle abitudini di vita senza uno straccio di accertamento clinico, Katia aveva diagnosi, terapie, cartelle, dolore vero.
Eppure allora te ne sei fregato!
Oggi invece tu detti, la Procura scrive e tutto diventa oro colato.
Iacchite' viene oscurato per uno “stillicidio persecutorio”.
Stalking, dicono.
Senza perizie. Senza referti. Senza medici.
Ma tu sai cos’è lo stalking vero?
È costringere i cittadini a migrare.
È obbligarli ad andare in quella zona lontana lontana, tutta calabrese, chiamata “’Nculumùnnu”, per farsi curare.
È spingerli verso il privato con i soldi in mano, perché il pubblico non risponde.
Questo sì che è un atto persecutorio.
Contro i malati.
Contro i poveri.
Contro chi non ha cognomi altisonanti.
QUESTA NON È MALASANITÀ. È SISTEMA
Qui non parliamo di errori.
Parliamo di scelte politiche.
Di una sanità usata nei proclami e nelle copertine, ma negata nella realtà.
Katia Coloca è viva non grazie a questo sistema, ma nonostante questo sistema.
E finché chi denuncia viene zittito e chi soffre viene ignorato, la Calabria non è una regione: è una zona di sacrificio.
Chi è il vero stalker?
Chi denuncia chi racconta.
O chi perseguita un popolo intero con promesse vuote, sanità negata e silenzi assordanti?
Katia, questo Paese ti deve delle scuse. La Calabria ti deve rispetto.
E noi, almeno, non staremo zitti.
Per te e per tutti coloro a cui viene negato un diritto. ❤️
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