SANITÀ CALABRIA: TRE ROBOT IN CORSIA E DUE PARASSITI IN PIÙ IN REGIONE

La Calabria ha finalmente trovato la soluzione alla crisi della sanità: i robot. Non i medici, non gli infermieri, non gli OSS che mancano come l’acqua nel deserto. No. I robot. Perché quando una nave affonda, la cosa più sensata da fare è verniciare bene il ponte e invitare le telecamere.
E infatti la solita orchestra mediatica si è messa subito al lavoro. La tv di famiglia, quella che quando c’è da incensare il potere locale arriva più veloce di un’ambulanza in codice rosso, ha raccontato con entusiasmo la nuova rivoluzione sanitaria calabrese: Michelina, Olivia e Poldo. Tre robot con nomi da asilo nido che, a sentire i trombettieri della propaganda, segnerebbero il “cammino inarrestabile verso la sanità digitale”.
In pratica... ti passano la spugnetta e il sapone mentre lavi il culo del paziente. 
Cammino inarrestabile, sì. Peccato che la sanità calabrese da anni cammini solo verso il baratro.

I concorsi per infermieri e OSS si preannunciano un mezzo disastro, quelli per i medici pure. I reparti arrancano, il personale è spremuto fino all’ultima goccia e i pronto soccorso sembrano terminal di guerra. Però niente paura: arriva il robot. Con viti, bulloni e una bella conferenza stampa.
E qui parte il mantra ripetuto con la convinzione di chi spera che la gente non abbia memoria: i robot non sostituiranno gli operatori sociosanitari, li aiuteranno. 

Certo. Come no. Proprio come le casse automatiche al supermercato non hanno mai sostituito le cassiere. O le ruspe... non hanno mai sostituito i muratori. È solo un “aiuto”.
La verità è più semplice e anche più imbarazzante: se mancano gli OSS e invece di assumerli compri macchine che fanno una parte delle loro mansioni, la toppa tecnologica serve soprattutto a coprire il buco politico.
Il tutto, ovviamente, venduto come primato nazionale. Anzi, meglio: come rivoluzione che nel giro di tre o quattro mesi verrà copiata da tutti gli ospedali italiani. 
Questa parte del racconto è quasi poesia. Una specie di fantascienza sanitaria ambientata tra Cosenza e la Silicon Valley. Solo che nella Silicon Valley, di solito, prima si risolvono i problemi strutturali e poi si mettono i gadget.

Ma il capolavoro vero arriva quando si incrociano due notizie che, messe insieme, diventano quasi una barzelletta.
Da una parte negli ospedali arrivano i robot perché mancano gli OSS. Dall’altra, nella Regione Calabria, la giunta guidata da Roberto Occhiuto decide di aggiungere due nuovi sottosegretari in carne, ossa e borsa a tracolla, con uno stipendio che sfiora i 14 mila euro al mese.

Ora, uno non pretende miracoli. Però almeno un minimo di logica contabile sì.
Perché a questo punto la domanda viene fuori da sola, quasi per istinto di sopravvivenza mentale: se negli ospedali si punta sulla robotica per risparmiare personale, perché non applicare la stessa brillante strategia anche nei palazzi della politica?
Magari si potevano comprare due robot portaborse per la Regione con quei 130 mila euro, farli programmare per annuire durante le riunioni e portare fascicoli da una stanza all’altra. Sarebbero stati perfetti. Avrebbero fatto esattamente quello che spesso fanno i sottosegretari, con un vantaggio non trascurabile: non avrebbero chiesto stipendi da 14 mila euro al mese.
Con i soldi risparmiati, invece di riempire corridoi politici già affollati da parassiti, si potevano assumere tre OSS veri in ospedale. Persone che lavano i pazienti, li sollevano dai letti, li assistono quando stanno male davvero. Lavori che non fanno scena nelle conferenze stampa ma tengono in piedi la sanità reale.

E invece no. In Calabria funziona al contrario. Nei reparti arrivano le macchine perché mancano le persone. Nei palazzi arrivano le persone anche quando di sedie ne basterebbero manco la metà.
È una logica quasi filosofica: ai malati viti e bulloni, ai politici stipendi e incarichi.
E mentre la propaganda racconta con entusiasmo l’ospedale del futuro, la realtà resta quella di sempre: corsie piene, personale stremato e una classe dirigente convinta che basti mettere tre robot davanti alle telecamere per trasformare un sistema sanitario allo stremo in un laboratorio di innovazione.
Ma in fondo è comprensibile. Un robot non protesta, non sciopera, non denuncia turni impossibili. Soprattutto non vota.
E per certa politica questa è probabilmente la vera rivoluzione tecnologica. 

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