CRISI GLOBALE: A QUANTO VANNO I "KITEMMÙ" IN ITALIA?
L’ITALIA CHE PAGA E IL GOVERNO CHE GUARDA
C’è un nuovo indicatore economico che non compare nei report ufficiali ma misura perfettamente lo stato del Paese: il numero di “kitemmù” diretti a Palazzo Chigi mentre fai la spesa, fai benzina, cerchi di sopravvivere.
E sta salendo più delle melanzane.
Perché qui non si parla più di rincari. Si parla di una trasformazione silenziosa e feroce: il cibo quotidiano che diventa lusso, la normalità che si trasforma in sacrificio.
Melanzane, piselli, zucchine. Roba da contorno, da cucina povera, da tradizione. Ora roba da conto in banca.
E mentre tu pesi due pomodori come se fossero lingotti, qualcuno ti racconta che è “colpa della crisi energetica”. Certo. E la pioggia è bagnata.
I numeri sono una mazzata senza poesia: aumenti a doppia cifra su ortaggi, carne, uova.
La spesa settimanale che cresce di 7, 10, 15 euro come se niente fosse.
E no, non è “inflazione fisiologica”.
È erosione pura del potere d’acquisto.
È il lento svuotamento delle tasche mentre ti chiedono pure di restare calmo.
Assoutenti lancia l’allarme, Codacons conferma, l’Istat certifica.
Tutti parlano. Tutti spiegano. Tutti descrivono.
Ma nessuno governa davvero il problema.
E poi arriva il capolavoro dell’assurdo: l’acqua minerale che aumenta perché aumenta la plastica. Quindi ricapitoliamo. Il petrolio sale, la plastica costa di più, la bottiglia rincara, tu paghi. Anche per bere. Anche per sopravvivere.
Prossimo step? L’aria premium, imbottigliata e con etichetta tricolore.
Nel frattempo il governo di Giorgia Meloni continua a muoversi come uno che entra in casa avvolta dalle fiamme e decide di aprire le finestre “per cambiare aria”.
Interventi tampone, misure simboliche, accise tagliate e poi divorate dal mercato nel giro di due settimane.
Una gestione che oscilla tra l’improvvisazione e l’autosuggestione.
E mentre qui si predica rigore e si pratica immobilismo, altrove qualcuno fa scelte sporche ma efficaci.
Il leader spagnolo Pedro Sánchez compra gas dove conviene, anche se politicamente scomodo, perché prima viene il Paese.
In Italia invece si gioca a fare i primi della classe in un mondo che se ne frega dei buoni voti.
Sul fondo della scena, come una minaccia costante, c’è il teatro globale. Donald Trump che agita tensioni, guerre che allargano le crepe, lo stretto di Hormuz che diventa un nodo vitale e instabile.
E noi? Spettatori paganti. Sempre.
Poi succede altro. A Reggio Calabria un boato squarcia l’aria, i vetri tremano, la gente si spaventa.
Caccia stealth atterrati, nessuna spiegazione, nessuna chiarezza.
Il silenzio istituzionale che pesa più del rumore. Perché quando non ti dicono nulla, è lì che inizi a capire quanto sei fuori dal gioco.
E intanto la realtà continua a bussare alla porta, ogni giorno, con lo scontrino in mano.
La verità è che questa non è una crisi improvvisa. È una deriva. È un sistema che scarica tutto verso il basso, sempre sugli stessi. Famiglie, lavoratori, piccoli imprenditori. Tutti a fare da ammortizzatori umani mentre sopra si discute, si rinvia, si galleggia.
Le vacanze? Più care. I voli? Più cari. Gli hotel? Più cari. La vita? Più cara.
L’unica cosa che non cresce è la capacità di chi governa di anticipare, proteggere, decidere.
Aumenta la distanza tra chi vive la realtà e chi la racconta da un palazzo.
E quando quella distanza diventa troppo grande, non servono più analisi economiche.
Basta uno scontrino. E un “kitemmùortu” detto a denti stretti.
Ma non finisce qui... nei prossimi giorni, la logistica italiana rischia di fermarsi. Sei giorni di sciopero degli autotrasportatori che non sono una protesta folkloristica, ma un segnale di collasso.
Perché quando si fermano i camion, non si ferma un settore. Si ferma tutto.
Il cibo non arriva, le merci non partono, i prezzi schizzano.
E mentre tutto questo accade, si continua a raccontare la crisi come se fosse qualcosa di esterno, lontano, inevitabile.
La guerra, i mercati, il petrolio. Tutto vero.
Ma diventa una scusa quando manca una strategia nazionale degna di questo nome.
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