DAL VANGELO SECONDO CANNIZZARO: PIÙ "AMEN" CHE SOLUZIONI
📰 DAL VANGELO SECONDO CANNIZZARO
REGGIO CALABRIA TRA MIRACOLI DA PALCO E CONTI CHE NON TORNANO
Reggio Calabria è diventata un posto curioso: da una parte i numeri, dall’altra le prediche. Da una parte la realtà, dall’altra il teatro. E in mezzo, i cittadini, usati come pubblico pagante di uno spettacolo che si ripete uguale ogni volta.
Partiamo da un dettaglio noioso, di quelli che rovinano i comizi pieni di slogan: i numeri.
Quando Giuseppe Falcomatà si è insediato, non ha trovato un Comune. Ha trovato un campo minato con la carta intestata.
Un buco da 679 milioni di euro, certificato dalla Corte dei Conti. Tradotto per chi ama le vecchie lire: circa 1300 miliardi. Roba che se la racconti sembra una puntata di fantascienza amministrativa.
E no, non è stato un incidente. È stata la conseguenza di una gestione che definire “allegra” è un eufemismo elegante per non dire altro, targata Giuseppe Scopelliti.
Non parliamo solo di conti in rosso. Parliamo di:
> Dipendenti senza stipendio
> Partecipate esplose: da ATAM alla Multiservizi, un domino di fallimenti
> Servizi sociali ridotti all’osso: due assistenti sociali per una città intera. Due. Nemmeno una squadra di calcetto.
Una situazione che, in qualunque manuale serio, si definirebbe “pre-dissesto con vista sul baratro”.
E qui arriva la parte che a qualcuno dà fastidio: Falcomatà, è vero, non ha fatto miracoli. Ma ha fatto sopravvivere il Comune.
Che, in quelle condizioni, è stato già un mezzo miracolo.
Ha gestito emergenze, rattoppato bilanci, tenuto insieme pezzi che cadevano a vista d’occhio.
E soprattutto ha evitato il dissesto formale, quella parola che quando arriva significa anni di commissariamento, tasse più alte e servizi ancora più ridotti. Un incubo amministrativo, non un dettaglio tecnico.
Nel 2020 è arrivato il contributo statale che ha chiuso il piano di rientro. Non è piovuto dal cielo per simpatia: è stato il risultato di pressione politica, trattative e, sì, anche di quel lavoro invisibile che non fa like sui social ma tiene in piedi le istituzioni.
Nel 2024, primo bilancio fuori dal piano. Traduzione: si è usciti dalla terapia intensiva. Non si corre la maratona, ma almeno si respira senza macchine.
LA SOPRAVVIVENZA SCAMBIATA PER FALLIMENTO
Il peccato originale di Falcomatà? Non aver fatto miracoli. Il merito reale? Aver evitato il funerale di una intera Città.
Gestire non è governare.
Ma senza gestione, non governi niente. Nemmeno un condominio.
ENTRA IN SCENA IL PROFETA
Poi arriva lui, Francesco Cannizzaro.
Non amministratore. Non tecnico. Predicatore.
E si chiama a sé proprio quello Scopelliti condannato, autore del buco milionario.
Sale sul palco con l’energia di un inquisitore medievale e l’eleganza di uno che ha appena finito una gara di birre al bancone. E parte lo spettacolo.
Voce alta.
Tono acceso.
Occhi al cielo.
Sembra stia aspettando l’illuminazione divina, ma in realtà sta solo cercando l’applauso facile.
IL COMIZIO DIVENTA UNA MESSA (MA SENZA MIRACOLI VERI)
E qui si supera il confine del ridicolo.
Cannizzaro sale sul palco e parte il sermone: tono infervorato, pause studiate, occhi al cielo come se stesse ricevendo notifiche direttamente dall’alto. Non manca nulla.
Messaggi messianici? Presenti.
Benedizioni “urbi et orbi”? Pure.
Promesse che sembrano uscite da un Vangelo apocrifo? Abbondanti.
Dentro il discorso finiscono:
- Dio
- la Madonna della Consolazione
- Gesù Cristo
Non per fede. Non per rispetto.
Ma per fare scena.
Una roba che dovrebbe mettere a disagio chiunque abbia ancora un minimo di senso del limite. Invece no: applausi.
Perché il trucco è semplice e funziona sempre:
- Alza il tono
- Scalda la folla
- Infila due riferimenti sacri
- Prometti l’impossibile
Ed ecco il risultato:
“Amen” → applausi
“Cambieremo tutto” → applausi
“Latte e miele per tutti” → ovazione
Secondo lui, questa roba funziona perché tocca “l’animo del popolo”. Traduzione: basta alzare la voce, infilare due riferimenti religiosi e costruire una narrazione da fine del mondo e rinascita gloriosa, e il gioco è fatto.
Una specie di ipnosi collettiva, versione piazza.
LA POLITICA RIDOTTA A SPETTACOLO
Il problema non è solo lo stile.
È il messaggio.
Perché mentre Cannizzaro gioca a fare il messia davanti al microfono, a Roma continua a sostenere riforme contro il Sud, come l’Autonomia Differenziata, che rischiano di lasciare la Calabria ancora più indietro. Ma questo, guarda caso, sparisce dal copione.
In piazza: liberazione.
In Parlamento: silenzio strategico.
Una coerenza degna di un illusionista.
IL POPOLO NON È UNA COMPARSA
La verità, quella che non fa rumore, è brutale:
Reggio Calabria non ha bisogno di predicatori.
Ha bisogno di gente che sappia cosa sta facendo.
Non servono:
- benedizioni da palco
- slogan spirituali
- promesse da favola
Servono:
- bilanci seri
- scelte difficili
- responsabilità
CONCLUSIONE: MENO VANGELO, PIÙ REALTÀ
Francesco Cannizzaro sembra convinto di essere una specie di profeta urbano, metà inquisitore medievale e metà tipo che al terzo giro di birre inizia a spiegarti come funziona il mondo.
E questo “Vangelo secondo Cannizzaro” funziona finché la gente ascolta senza farsi domande. Finché l’applauso conta più dei contenuti. Finché la politica resta uno spettacolo e non torna ad essere una cosa terribilmente concreta.
Ma la realtà, quella vera, arriva sempre.
E non porta né latte né miele.
Porta il conto.
Commenti