FINE COMMISSARIAMENTO SANITÀ CALABRIA: CON IL QUALE, SENZA IL QUALE, SI RIMANE TALI E QUALI

SANITÀ CALABRESE: USCITI DAL COMMISSARIAMENTO, ENTRATI NELLA FAVOLA
LA LIBERAZIONE CHE ESISTE SOLO NEI COMUNICATI
C’è qualcosa di poeticamente tragico nel modo in cui è stata raccontata l’uscita dal commissariamento della sanità calabrese
Una liberazione, dicono. Una rinascita. Quasi mancava solo la colonna sonora epica e qualche bandiera al vento.
Poi però scendi dal palco, entri in un pronto soccorso qualsiasi e capisci che la rivoluzione si è fermata alle slide.
Perché la verità è molto meno elegante: la Calabria non è guarita. Ha solo cambiato etichetta
Prima eri “commissariato”, adesso sei “autonomo”. 
Nei fatti, continui a navigare a vista, con meno scuse e gli stessi problemi.

IL COMMISSARIAMENTO: UNA GESTIONE FALLITA VENDUTA COME CURA
Per oltre quindici anni la sanità calabrese è stata tolta alla politica regionale (almeno così si vuole far credere) con la promessa di rimettere ordine. 
Roma decideva, Roma gestiva, Roma controllava. Doveva essere una terapia intensiva temporanea.
È diventata una degenza infinita.

Nel frattempo si tagliava, si bloccava, si rinviava. Ospedali chiusi, personale ridotto all’osso, cittadini costretti a curarsi fuori regione
E mentre il sistema si svuotava, il conto cresceva. Sempre a carico dei calabresi, ovviamente.
La parte surreale è che negli ultimi anni il commissario non era un tecnico mandato da Marte, ma lo stesso presidente della Regione, Roberto Occhiuto.
QUINDI LA SANITÀ ERA COMMISSARIATA… DA CHI LA GOVERNAVA.
Un cortocircuito istituzionale perfetto: controllore e controllato nella stessa persona. Una specie di autosorveglianza che, guarda caso, non ha prodotto miracoli.
L’USCITA: QUANDO I NUMERI MIGLIORANO PIÙ DELLA REALTÀ
La Calabria esce dal commissariamento perché i conti, almeno sulla carta, tornano. Bilanci sistemati, procedure formalmente corrette, qualche riforma organizzativa messa lì come timbro finale.
E quindi via, si può festeggiare.
Peccato che la sanità non sia un bilancio Excel. 
Non basta far quadrare i numeri se poi mancano i medici, i reparti arrancano e la gente continua a fare le valigie per curarsi altrove.

La verità è semplice e fastidiosa: si è usciti perché era politicamente conveniente dire che si era usciti. Non perché il sistema funzioni davvero.

LA PRE-INTESA SULL’AUTONOMIA: IL VERO PREZZO DELLA “LIBERTÀ”
Ed eccolo il passaggio che nei racconti ufficiali viene sussurrato, quasi nascosto sotto il tappeto: la pre-intesa sull’autonomia differenziata.
Un meccanismo elegante, sulla carta. Ogni Regione gestisce di più, decide di più, organizza meglio
Sembra responsabilità, sembra maturità istituzionale.
In realtà è una scommessa fatta partendo da posizioni completamente diverse.
Perché se parti già indietro, con meno strutture, meno personale e una sanità fragile, l’autonomia non ti libera. Ti inchioda alla tua condizione.
E mentre qualcuno accelera, tu resti fermo a guardare.
È qui che la frase diventa perfetta nella sua crudeltà: con questa scelta e senza questa scelta, si rimane tali e quale.
Solo che adesso è ufficiale.
LA GRANDE ILLUSIONE: CAMBIA IL NOME, RESTA IL DISASTRO
Il punto è che negli ultimi anni il commissariamento era già diventato una finzione burocratica
Le decisioni reali passavano comunque dalla Regione, dalle scelte politiche, dalla gestione quotidiana del potere.
Quindi oggi si celebra la fine di qualcosa che, nei fatti, era già svuotato.
Una specie di teatro dove si abbassa il sipario su una scenografia che era già caduta da sola.
E mentre si brinda alla “nuova fase”, fuori dai palazzi la situazione resta quella di sempre: attese infinite, servizi insufficienti, cittadini che pagano e poi devono pure spostarsi per essere curati.

REDAZIONALE: LA SANITÀ COME OPERAZIONE DI MARKETING
La sensazione, sempre più difficile da ignorare, è che la sanità calabrese sia diventata un problema di comunicazione più che di gestione.
Si cambiano le parole per non cambiare la realtà.
Si costruiscono narrazioni per coprire i vuoti.
Si vendono successi dove al massimo c’è una tregua.
Il commissariamento è finito, certo. 
Ma non perché la Calabria sia guarita.
È finito perché serviva dire che era finito.
E in cambio si è accettato un modello che rischia di rendere permanente ciò che prima era emergenziale: una sanità fragile, isolata, costretta a inseguire.
Alla fine resta solo una verità che nessuno riesce a smentire davvero, nonostante conferenze, slogan e sorrisi istituzionali:
la Calabria ha riavuto la sua sanità sulla carta.
Ma nei corridoi degli ospedali, quella vera, continua a non funzionare.

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