LA CALABRIA GOVERNATA DALLA PIÙ GRANDE ASSOCIAZIONE CRIMINALE CHE LA STORIA CALABRESE RICORDI

MERCATO NERO DEL POTERE
QUANDO LA DEMOCRAZIA DIVENTA UNA TRATTATIVA PRIVATA

C’è un momento preciso in cui una democrazia smette di essere tale. Non succede con un colpo di Stato, non arrivano i carri armati, non c’è neanche bisogno di spegnere le luci. Succede così: lentamente, spudoratamente, sotto gli occhi di tutti. E la cosa più grottesca è che molti fanno pure finta di non accorgersene.
Quello che sta succedendo in Calabria, oggi, non è normale. Non è fisiologico. Non è politica. È un sistema che si è tolto la maschera e adesso gira a volto scoperto, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Dopo il terremoto nazionale, dopo il referendum che ha suonato come uno schiaffo sonoro, dopo le dimissioni eccellenti che avrebbero dovuto imporre almeno un minimo di pudore, questi non solo non arretrano: rilanciano. Peggio. Blindano il sistema.

LE POLTRONE D’ORO E LA FUGA DALL’AULA
QUANDO L’OPPOSIZIONE RESTA L’UNICO GESTO DECENTE

Due sottosegretari. Quattordicimila euro al mese. Più una SUPERSTRUTTURA da 500.000 euro per contenerli. Così, senza vergogna, senza nemmeno il tentativo di imbellettare la cosa. Una manovra che non è solo uno schiaffo ai cittadini, è una dichiarazione di guerra.

E allora sì, l’abbandono dell’aula da parte dell’opposizione non è stato teatro. È l’unico gesto rimasto per non sporcarsi le mani in quella che è, a tutti gli effetti, una sporca compravendita istituzionalizzata.
Perché restare seduti lì dentro, in quel momento, avrebbe significato legittimare l’indecenza. E a un certo punto anche la politica deve scegliere: o sei complice, o te ne vai.

IL PARASSITA E IL SISTEMA
CHI COMANDA DAVVERO NON ALZA MAI LA VOCE

E mentre tutto questo esplode, mentre le istituzioni tremano e il terreno si apre sotto i piedi di chi governa, il vero regista resta immobile. Non si scompone. Non risponde. Non si sporca.
Il parassita principale osserva e calcola. Anzi, fa di peggio: continua a distribuire briciole, proclami, diritti come fossero piccoli favori, contentini miseri, sperando che bastino a comprare consenso. Una moneta povera per un popolo che qualcuno evidentemente considera ancora più povero, nella dignità prima ancora che nelle tasche.

Perché è lui il mandante. È un mandante resta un mandante. Non compare mai dove c’è fango. Non urla. Non si espone. Delega.
E allora il lavoro sporco lo fanno gli altri. La banda. Quelli che occupano le stanze, che alzano i toni, che spingono, che intimidiscono, che costruiscono e difendono il sistema giorno dopo giorno. 
Lo fanno perché sanno una cosa molto semplice: il loro potere non è loro. È in prestito.
E chi presta il potere, può sempre riprenderselo.

IL METODO
SE NON TI COMPRO, TI CHIUDO L’ACQUA

E qui sta il punto più sporco. Quello che nessuno dice a voce alta ma che tutti, proprio tutti, hanno capito.
Dove non arrivano con il favore, arrivano con il ricatto. Dove non riescono a comprare, iniziano a stringere. E quando capiscono che neanche quello basta, allora si incazzano davvero.
E chiudono i rubinetti.
Rubinetti veri e simbolici. Fondi che spariscono. Opportunità che evaporano. Porte che si chiudono senza spiegazioni. Persone lasciate a secco, isolate, messe all’angolo finché non capiscono la lezione.

Il messaggio è semplice, brutale, primitivo: o stai dentro il sistema, o resti fuori da tutto.
E in questo clima, più che politica, si respira paura. Non dichiarata, ma percepita. Non ufficiale, ma concreta.
Ricorda troppo certi modelli che la storia ha già condannato senza appello. Modelli basati sulla pressione, sull’obbedienza, sulla costruzione del consenso attraverso il timore e non attraverso il merito.
IL CASO AMBROGIO
L’ARROGANZA È SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG

A San Giovanni in Fiore non si è vista solo arroganza. Si è visto il riflesso di questo sistema.
Un uomo che alza la voce senza titolo, che scavalca ruoli, che ignora persino chi formalmente dovrebbe guidare. Non è un incidente. È il prodotto diretto di un modello politico in cui le regole sono un fastidio e la forza è l’unico linguaggio riconosciuto.
E attorno, silenzio. O peggio, complicità.

CASTROLIBERO E IL FEUDO MODERNO
IL CONSENSO NON SI COSTRUISCE, SI COMPRA

A Castrolibero il copione è lo stesso, solo scritto con meno pudore.
Incarichi distribuiti come favori personali. Poltrone usate come leva. Strutture pubbliche trasformate in strumenti di controllo. È un sistema che non cerca consenso, lo fabbrica.

E mentre tutto questo accade, mentre si gioca con le istituzioni come fossero proprietà privata, mentre i protagonisti si trovano già a rispondere di reati come voto di scambio e associazione, mentre i cittadini si chiedono se la magistratura e la giustizia esistino ancora, se ci è o ci fa, resta una verità che in Calabria non ha mai smesso di circolare, anche quando faceva comodo dimenticarla:
U pìsce puzza sempre d’a capu.”
Non è folklore. È diagnosi.

Se il sistema è marcio, è perché chi lo guida lo è per primo. Tutto il resto è una conseguenza.
IL VOLTO FINALE DEL SISTEMA
NON È DERIVA, È UN MODELLO CONSOLIDATO

A questo punto smettiamola di usare parole leggere per descrivere qualcosa di pesante.
Non siamo davanti a una semplice crisi politica. Non è incompetenza. Non è neanche solo arroganza. È un meccanismo strutturato, organizzato, che si muove con logiche precise: controllo, fedeltà, punizione, ricompensa.

Un sistema che somiglia sempre meno a un’istituzione e sempre più a un’organizzazione chiusa, dove il potere circola tra pochi e viene difeso con ogni mezzo disponibile.
E allora sì, la sensazione è quella più amara: che la Calabria oggi non sia governata nell’interesse dei cittadini, ma gestita come territorio da controllare.
Come se fosse proprietà.
Come se fosse un affare.

La definizione che aleggia, quella che nessuno vorrebbe pronunciare ma che ormai serpeggia ovunque, è semplice e brutale: la più grande associazione di potere che questa terra ricordi, capace di occupare spazi, distribuire favori, creare dipendenze e mantenere consenso non con visione, ma con pressione.
E quando una terra viene trattata così, quando il potere diventa fine e non mezzo, succede una cosa molto semplice.
Il futuro si ferma.
E la Calabria resta lì, bloccata, mentre chi dovrebbe guidarla è troppo impegnato a non mollare la presa.

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