MA SIAMO SICURI CHE CICCIO SERRA È MEGLIO DI ORLANDINO?

CASTROLIBERO, IL CONSIGLIO COMUNALE IN VERSIONE “CHI È CHI”: TUTTI INSIEME, APPASSIONATAMENTE 

LA DENUNCIA DI ANNA MORRONE SCOPERCHIA IL GIOCO: “NON SI CAPISCE PIÙ DOV’È LA MAGGIORANZA E DOVE INIZIA L’OPPOSIZIONE”

Certe volte la politica non ha bisogno di satire. Basta accendere il microfono.

Il 28 aprile, durante il Consiglio comunale, la consigliera Anna Morrone fa una cosa rarissima: dice ad alta voce quello che tutti vedono ma nessuno ha il coraggio di mettere a verbale

E lo fa senza giri di parole, senza diplomazie da manuale, entrando a gamba tesa dentro quella zona grigia che a Castrolibero ormai è diventata sistema.

VIDEO - Intervento della consigliera Anna Morrone

Parla del caso Mazzucca, di atti mancanti, di decisioni che non si possono discutere davvero. Ma soprattutto punta il dito su qualcosa di molto più grosso: il teatrino ormai saltato tra maggioranza e opposizione.

E lì arriva la frase che fa più rumore di tutte, perché è semplice e devastante:

“Oggi non comprendo più dov’è la maggioranza e dove inizia l’opposizione.”

Game over. Sipario. Fine della fiction.

Perché quando una consigliera, eletta nel 2023 per fare opposizione, ti dice che non si riescono più a distinguere i ruoli, significa che la politica locale ha deciso di smettere anche solo di fingere.

Morrone non si limita a osservare. Affonda:

“Apprendo e apprendono i cittadini che questa maggioranza è spaccata ma non esiste un atto ufficiale… neanche un atto dell’opposizione che determini un’alleanza.”

Tradotto per chi sta a casa: si sono messi d’accordo, ma senza prendersi la responsabilità di dirlo. Una specie di relazione seria, anche se fedifraga, ma “non ufficiale”. Solo che qui non parliamo di storie sentimentali, ma di amministrazione pubblica.


E mentre questa alleanza fantasma prende forma, il Consiglio continua a votare atti “importantissimi”. Così, con la leggerezza di chi firma un autografo.

Il problema non è l’accordo politico. Quello è vecchio quanto la politica stessa. Il problema è farlo mentre si esercita un ruolo istituzionale che dovrebbe essere limpido, distinguibile, verificabile. Qui invece siamo nel campo dell’ambiguità organizzata.

E allora la domanda non è più giuridica. È quasi antropologica: se tutti sono d’accordo, chi controlla? Se maggioranza e minoranza coincidono, chi rappresenta davvero i cittadini? Se le decisioni passano senza conflitto, è perché c’è armonia… o perché non c’è più opposizione?

Morrone lo dice chiaramente: serve un atto ufficiale. Serve chiarezza. Serve dire ai cittadini chi sta con chi, perché dei passaggi non sono stati rispettati e ci si rifugia dietro la solita frase che sa tanto di convenienza: "È per il bene del paese". Senza che poi sia vero... 

Non è un capriccio. È il minimo sindacale in uno Stato che si definisce democratico.

IL CONFRONTO? NO, GRAZIE

Negano ai cittadini un confronto a tre in piazza, senza filtri, senza suggeritori e senza cimici nelle orecchie, contrariamente ai loro avversari che già lo hanno chiesto pubblicamente. Che già dice tutto. Perché il confronto vero è scomodo: domande impreviste, risposte vere, facce tese. Molto meglio il monologo con applauso incorporato.


La parte divertente? Fino a ieri piangevano perché Orlandino Greco era sempre “scappato dal confronto”. Oggi fanno lo stesso, ma con stile: lo evitano proprio. Evoluzione politica, si chiama.

Parlare senza contraddittorio è una meraviglia: domande concordate, risposte preconfezionate, zero rischi. Un talk show senza pubblico, ma con tanta autostima e applausi a ripetizione.

E poi ci chiediamo perché non siano trasparenti. Se non reggono una piazza, figurati una verità.

TRASPARENZA? MEGLIO ATTACCARE CHI LA CHIEDE

E quando qualcuno osa ricordargli che la trasparenza non è un optional ma un dovere, ecco il riflesso condizionato: si passa dal merito al personale. Classico. Più rumore, meno contenuto. Fa scena, evita le risposte e, già che ci siamo, prova pure a intimidire.

Peccato che il giochetto sia vecchio. E ancora più peccato che stavolta non funzioni.

Perché qui non siamo nel campo delle allusioni da bar. Se davvero qualcuno avesse voluto “vendersi”, probabilmente lo avrebbe fatto scegliendo il prezzo più alto, non certo restando a fare domande scomode. E il punto è proprio questo: quando inizi a spostare il discorso sul personale, di solito è perché su quello pubblico hai finito gli argomenti.

E poi arriva il passaggio che fa ancora più rumore, perché tocca il cuore dell’istituzione. Anna Morrone continua:

“Presidente Ganci, io credo che lei debba mantenere il suo ruolo, il suo ruolo di super partes che ora non è neanche più…”

Qui non siamo più nella polemica politica. Qui si mette in discussione l’arbitro. E quando l’arbitro entra in partita, il risultato è già scritto.


Il Presidente del Consiglio dovrebbe garantire equilibrio, neutralità, rispetto delle regole. Non partecipare a un clima in cui le regole diventano elastiche come un chewing gum lasciato al sole.

Il punto è tutto qui: mentre fuori si prepara una lista unica per le elezioni, dentro si continua a deliberare come se esistessero ancora due squadre contrapposte. Ma le squadre, a quanto pare, stanno già festeggiando insieme negli spogliatoi.

E allora la domanda diventa inevitabile: quegli atti vengono votati nell’interesse del Comune o nell’interesse di chi tra un mese si presenterà agli elettori come unico blocco?

Perché se la risposta è la seconda, non siamo più nella politica. Siamo in una gestione privatistica del potere con vista sulle urne.


Castrolibero oggi è un laboratorio interessante. Non per quello che dichiara, ma per quello che evita di dire. Un posto dove le alleanze esistono ma non si formalizzano, dove i ruoli esistono ma non si distinguono, dove le decisioni passano ma la trasparenza resta ferma.

E mentre qualcuno finalmente lo dice in aula, altri fanno finta di niente.

Fino al giorno in cui qualcuno, magari fuori da quell’aula così tranquilla, inizierà a fare le domande giuste.

E lì, come sempre, le risposte non saranno più facoltative. 

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