PUTTAMELONI? NO, PUTTASTORIA: QUANDO LA PROPAGANDA URLA E LA POLITICA ARRANCA
PUTTAMELONI? NO, PUTTASTORIA: QUANDO LA PROPAGANDA URLA E LA POLITICA ARRANCA
C’è chi fa diplomazia e poi c’è chi accende il microfono e parte a insultare in diretta nazionale, pure in italiano, giusto per essere sicuro che il messaggio arrivi senza sottotitoli.
Sul palco di Rossija 1, Vladimir Solovyov ha ha deciso di trasformare la politica estera in un derby da curva sud, prendendo di mira con un repertorio che definire “argomentazioni” sarebbe un insulto alle parole.Fin qui nulla di nuovo: la propaganda fa la propaganda, l’acqua bagna, il sole sorge. Il punto è un altro, ed è molto meno comodo da digerire.
Perché mentre da Mosca volano insulti e da Roma partono risposte istituzionali perfettine, nel mezzo c’è un’Italia che si ritrova sempre più spesso nel ruolo che nessuno vuole: quello dello zimbello.
Sì, perché intanto la Giorgia nazionale è riuscita in un’impresa quasi olimpica: farsi criticare da tutti. Dall’America arrivano frecciate, dalla Russia arrivano insulti, dall’Europa arrivano occhi al cielo. Mancano solo i marziani e abbiamo fatto bingo.
E in mezzo a questo tiro al bersaglio internazionale, c’è una linea politica che sembra avere la stessa solidità di un ombrellone piantato nella sabbia a Ferragosto.
Nazionale o estera cambia poco: a quanto pare fa acqua da tutte le parti. Si prova a stare con tutti, a parlare a tutti, a piacere a tutti. Risultato? Non si capisce più chi si sta convincendo e chi si sta solo irritando.
Se proprio vogliamo tradurla in qualcosa di più terra terra, basta tirare fuori un detto calabrese che vale più di mille conferenze stampa: “na botta aru cìrchiu e n’atra aru timpàgnu”. Il problema è che qui non si capisce più quale sia il cerchio e quale il timpàgno. E soprattutto, per chi sta suonando davvero la campana.
Nel frattempo, il contesto internazionale continua a scaldarsi.
La visita di in Italia di Volodymyr Zelensky non è passata inosservata, e da Mosca la reazione è quella che ormai conosciamo: parole sopra le righe, attacchi personali, spettacolo continuo.
A completare il circo ci pensano Dmitrij Medvedev e Maria Zakharova, sempre pronti a trasformare la diplomazia in una gara a chi la spara più grossa, con dentro pure finito nel mirino come comparsa involontaria.
E mentre il livello si abbassa, la tensione vera sale. Perché dietro gli insulti c’è una realtà meno rumorosa ma più pesante: rapporti internazionali sempre più fragili e una credibilità che balla come una sedia con una gamba più corta.
La risposta di Meloni resta composta, istituzionale, quasi scolpita nel marmo: niente padroni, niente fili, solo interesse nazionale. Bello, pulito, perfetto. Peccato che fuori da Palazzo Chigi la percezione sia un po’ meno elegante e molto più confusa.
Alla fine resta una sensazione fastidiosa: mentre gli altri urlano e noi rispondiamo con compostezza, la direzione sembra sempre meno chiara. Si naviga a vista, si reagisce più che guidare, si rincorre più che decidere.
E così si va avanti alla cieca. Con uno che urla da Mosca, altri che commentano da Washington, qualcuno che sospira da Bruxelles e noi in mezzo, a cercare di capire se stiamo davvero giocando una partita… o se siamo solo il pallone.
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