REDDITO DI MERITO: L'ANNUNCIO DI OCCHIUTO. AIUTO O PRIVILEGIO?
C’è sempre quel momento in Calabria in cui un’idea potenzialmente buona viene vestita così male da sembrare quasi una provocazione.
Il “reddito di merito” annunciato da Roberto Occhiuto nasce con una promessa forte: trattenere i giovani universitari sul territorio.
Finalmente, direbbe qualcuno.
Peccato che, così com’è, rischi di diventare l’ennesimo bonus che funziona bene nei comunicati e molto meno nella vita reale.
Il nodo non è il merito, che resta un principio sacrosanto. Il problema è quando lo si isola dal contesto, come se tutti gli studenti partissero dallo stesso punto.
Non è così e lo sanno tutti, anche quelli che fanno finta di niente. Chi ha una famiglia alle spalle, chi non deve lavorare, chi può permettersi di studiare otto ore al giorno ha una corsia preferenziale naturale verso quelle medie alte che il provvedimento richiede.
Chi invece si mantiene da solo, magari facendo turni la sera o sacrificando esami per sopravvivere, resta fuori.
Non perché valga meno, ma perché parte da più indietro.
Ecco perché la misura viene già etichettata come classista: non per cattiveria ideologica, ma perché rischia di premiare soprattutto chi è già nelle condizioni di riuscire. A quel punto non stai correggendo le disuguaglianze, le stai certificando con un bonifico mensile.
Se si vuole evitare che questa storia finisca nel solito cassetto delle occasioni perse, le correzioni vanno fatte adesso, prima che diventi una delibera blindata e intoccabile come una reliquia.
La prima modifica è quasi banale, e proprio per questo sorprende che non sia già prevista: il reddito familiare deve entrare nei criteri.
Non serve trasformare tutto in un labirinto burocratico, basta introdurre un sistema progressivo. Chi ha meno riceve di più, chi ha di più riceve meno o nulla. Non è rivoluzionario, è semplicemente giusto. Senza questo passaggio, ogni discorso sul merito resta monco.
Subito dopo va corretto il modo in cui si misura questo benedetto merito. Legarlo esclusivamente alla media dei voti è comodo, ma superficiale.
Un sistema più intelligente dovrebbe premiare anche la regolarità nel percorso, il miglioramento nel tempo, la capacità di non mollare.
Perché restare in corso, in un contesto difficile come quello calabrese, è già di per sé una forma di merito. E ignorarlo significa non aver capito il problema.
Poi c’è la questione più delicata, quella che nessuno ama affrontare perché complica tutto: allargare la platea senza far esplodere i costi.
Anche qui la soluzione esiste, ed è anche piuttosto lineare. Invece di concentrare cifre alte su pochi, si può distribuire una base più accessibile a tutti gli studenti in regola, lasciando un’integrazione più consistente a chi raggiunge risultati eccellenti.
In questo modo non si crea una lotteria per pochi vincitori, ma una rete che sostiene davvero il sistema universitario locale.
Il punto decisivo, però, è un altro e fa quasi sorridere che venga trattato come secondario. Se dopo la laurea questi ragazzi continuano ad andarsene, tutto il meccanismo perde senso. Il contributo dovrebbe essere legato, almeno in parte, a percorsi concreti di inserimento lavorativo in Calabria.
Non con obblighi punitivi, ma con incentivi reali: collaborazioni con aziende locali, tirocini strutturati, vantaggi per chi sceglie di restare a lavorare qui dopo gli studi.
Altrimenti si sta solo pagando un parcheggio temporaneo prima della partenza definitiva.
Infine, serve una cosa che in Calabria suona quasi come fantascienza: trasparenza totale. Criteri chiari, graduatorie pubbliche, numeri accessibili.
Perché appena si percepisce anche solo lontanamente l’odore dei “soliti noti”, la misura perde credibilità in un attimo.
La verità è che questa idea, buona di fondo, può ancora essere salvata.
Ma deve cambiare pelle subito, non dopo.
Perché così com’è non trattiene i giovani, seleziona solo quelli che probabilmente sarebbero rimasti comunque.
E la Calabria non ha bisogno di premiare chi ce la fa già. Ha bisogno invece di dare una possibilità in più a chi rischia di mollare.
Il resto è propaganda con un bonifico allegato. E di quella, francamente, siamo già pieni.
Commenti