REGGIO CALABRIA 2026: MA NON FATE PRIMA A CANDIDARE DIRETTAMENTE LA MAFIA?

IL MODELLO REGGIO NON È UN RITORNO: È UN’OSSESSIONE
LA POLITICA CALABRESE TRA AMNESIA SELETTIVA E FACCE DI BRONZO

Certe operazioni in Calabria non hanno nemmeno più bisogno di essere spiegate. Si riconoscono a distanza, come le truffe fatte bene: cambiano il logo, rifanno la vernice, ma sotto c’è sempre lo stesso meccanismo.
Il cosiddetto ritorno del “Modello Reggio” non è una novità. È una dipendenza.
Una coazione a ripetere che la politica locale non riesce più nemmeno a mascherare.
E allora eccolo lì, il convitato di pietra: Giuseppe Scopelliti. Non serve che si candidi. Non serve che parli. Basta evocarlo. Basta rivendicarlo. Basta usarlo come simbolo per capire tutto il resto.
Perché qui non si tratta di nostalgia.
Si tratta di sfacciataggine.

CHI È GIUSEPPE SCOPELLITI? 

Scopelliti si avvicinò alla politica giovanissimo, entrando nel Fronte della Gioventù, di cui divenne segretario nazionale nel 1993.
Nel 2002 venne eletto sindaco di Reggio Calabria, riconfermato nel 2007. 
Nel 2010 fu eletto Presidente della Regione Calabria alla guida del Popolo delle Libertà. 
Ma successivamente la gestione dei conti pubblici di Reggio Calabria emerse come punto critico, portandolo nel 2014 alle dimissioni e all'apertura di procedimenti giudiziari. 
Nel 2018 la Corte di Cassazione rese definitiva la condanna a 4 anni e 7 mesi per irregolarità nei bilanci comunali legate al cosidetto "caso Fallara"
Uscito dal carcere, ha dichiarato di essersi allontanato dalla politica attiva, mantenendo però un ruolo di opinione nel dibattito politico calabrese. 
Fino ai giorni scorsi, quando annunciò la sua candidatura a fianco di Francesco Cannizzaro. 
Fu uno degli artefici della chiusura di ben 18 ospedali della regione. 
RIVENDICARE IL PASSATO COME SE NULLA FOSSE SUCCESSO

Quando Francesco Cannizzaro rivendica con orgoglio quel rapporto politico, non sta facendo un’uscita infelice. Sta dicendo esattamente quello che pensa. E cioè che quella stagione, con tutto quello che si porta dietro, è ancora un patrimonio da difendere.
Non un errore da analizzare.
Non una lezione da imparare.
Un patrimonio.
E qui si entra nel surreale.
Perché quella stagione amministrativa non è finita con una standing ovation. È finita con macerie politiche e una condanna definitiva legata alla gestione dei bilanci comunali
Una roba che in un Paese normale ti costringerebbe almeno a un minimo di pudore.
Qui no.
Qui diventa quasi un titolo di merito. 

REGGIO FUTURA O ARCHEOLOGIA POLITICA?

E poi arriva la magia del marketing. Cambi nome, metti una parola tipo “Futura”, organizzi una bella inaugurazione, due sorrisi, qualche stretta di mano, ed ecco servita la grande operazione di rilancio.
Peccato che il futuro, per funzionare, dovrebbe avere qualcosa di diverso dal passato.
Invece qui sembra solo un remake fatto male.
Stessi riferimenti.
Stesse dinamiche.
Stessa totale incapacità di dire: “abbiamo sbagliato”.
Non una parola. Non un dubbio. Non un accenno di autocritica.
Solo una gigantesca rimozione collettiva.
L’INDIGNAZIONE CHE DÀ FASTIDIO

Molti hanno alzato la voce. E già questo, in un contesto anestetizzato come quello calabrese, basta a farli sembrare rivoluzionari.
Non perché abbiano scoperto l’acqua calda, ma perché hanno fatto una cosa rarissima: hanno collegato i puntini.
Hanno detto, in sostanza, che non puoi riproporre un modello politico senza portarti dietro le sue responsabilità. Che non puoi fare finta che tutto sia stato normale. Che la memoria, ogni tanto, serve a qualcosa.
Apriti cielo.

LA FRASE CHE FA SCANDALO… PERCHÉ COLPISCE NEL SEGNO

“Ma non fate prima a candidare direttamente la mafia?”
È una frase cattiva. Volutamente esagerata. Politicamente scorretta.
Ma perfetta.
Perché manda in tilt il sistema. 
Perché rompe il teatrino. Perché costringe tutti a fare quello che odiano di più: rispondere nel merito.

Nessuno sta dicendo che la politica sia la mafia.
Ma quando la politica smette di avere memoria, di assumersi responsabilità e di cambiare davvero, allora smette anche di avere credibilità.
E quando perdi credibilità, perdi tutto.
IL VERO SCANDALO È CHE NON FREGA PIÙ A NESSUNO

Il punto più inquietante non è nemmeno il ritorno di certi nomi.
È la tranquillità con cui questo ritorno viene gestito.
Nessun imbarazzo.
Nessuna distanza.
Nessuna spiegazione.
Solo una convinzione implicita: tanto la gente dimentica.
E forse è proprio questo il problema.
Non loro. Noi.
Perché finché queste operazioni continueranno a funzionare, finché basterà cambiare etichetta per riproporre lo stesso prodotto, finché il passato verrà trattato come un fastidio e non come una lezione, allora non ci sarà nessun futuro.
Solo un eterno, stanco, prevedibile ritorno.
E sinceramente, dopo anni di questo spettacolo, l’unica cosa davvero sorprendente non è che ci provino ancora.
È che qualcuno continui pure a crederci.

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