L'ASSOCIAZIONE "ANTIGONE" A DE SALAZAR: BRACCIALETTO CARDIACO ANCHE A SAN GIOVANNI IN FIORE
SANITÀ, DISTANZE E CUORI CHE NON POSSONO ASPETTARE
di Caterina Perri
Ci sono territori dove ammalarsi non significa soltanto affrontare una malattia. Significa fare i conti con i chilometri, con i ritardi, con le strade infinite della montagna, con ambulanze che arrivano quando possono e con ospedali sempre più lontani dalla vita reale delle persone.
San Giovanni in Fiore questa realtà la conosce fin troppo bene.
Qui la sanità non è un dibattito da salotto televisivo, non è una statistica infilata in un report regionale lucido e patinato. Qui la sanità è l’ansia di una madre quando il telefono squilla di notte. È il battito accelerato di un anziano che vive solo. È la paura silenziosa di chi sa che, in certe emergenze, anche pochi minuti possono diventare un confine tra la vita e la tragedia.
Per questo la battaglia che abbiamo deciso di portare avanti come associazione “Antigone - Siamo tutti Serafino” non nasce dalla propaganda. Nasce dal dolore trasformato in responsabilità. Nasce dalla consapevolezza che il ricordo di Serafino non può e non deve ridursi a una commemorazione fatta una volta l’anno, con le solite parole consumate e le strette di mano di circostanza che in Calabria abbondano più dei medici nei reparti.
Deve diventare azione concreta.
La richiesta avanzata all’ASP di Cosenza ed al Direttore Vitaliano De Salazar per l’estensione del braccialetto cardiaco anche a San Giovanni in Fiore va esattamente in questa direzione. Non stiamo parlando di fantascienza sanitaria o di uno di quei progetti annunciati con conferenze stampa, buffet e fotografie in prima fila per poi sparire nel nulla cosmico delle promesse istituzionali. Stiamo parlando di uno strumento reale, già sperimentato in tanti ospedali, capace di monitorare costantemente l’attività cardiaca e trasmettere dati in tempo reale ai centri sanitari.
Tradotto in parole semplici: significa poter intervenire prima. Significa prevenire. Significa evitare che un malore diventi una corsa disperata contro il tempo.
Nelle aree interne questo può fare la differenza.
Perché chi vive sulla Sila non può essere considerato un cittadino di serie B solo perché abita lontano dalle grandi città, del quale i politici si ricordano solo in campagna elettorale. La salute non può dipendere dal CAP di residenza. E invece troppo spesso è esattamente ciò che accade. Si inaugurano strutture sulla carta, si annunciano rivoluzioni sanitarie, si moltiplicano slogan e passerelle politiche. Poi però restano i corridoi vuoti, i reparti depotenziati, i medici insufficienti e cittadini costretti a partire anche per una visita specialistica. Una specie di turismo sanitario forzato. Solo meno divertente e molto più umiliante.
La telemedicina rappresenta una possibilità concreta di cambiare approccio. Non sostituisce il medico, non sostituisce l’ospedale, non compie miracoli. Ma può diventare uno strumento fondamentale per costruire una rete sanitaria più vicina alle persone, più moderna e soprattutto più tempestiva.
Ed è proprio questo il punto centrale: il tempo.
Chi ha vissuto un’emergenza cardiaca sa bene che il tempo pesa come pietra. Ogni minuto perso può diventare irreversibile. Ogni controllo mancato può trasformarsi in tragedia. Un monitoraggio costante permette invece di individuare anomalie prima che sia troppo tardi, offrendo ai pazienti fragili una tutela concreta e continua.
Per questo abbiamo deciso di avviare anche una raccolta firme popolare. Perché certe battaglie devono appartenere a tutta la comunità. Non hanno colore politico, non hanno bandiere di partito, non dovrebbero nemmeno avere maggioranze o opposizioni. Riguardano la dignità delle persone.
Durante il sit-in sulla sanità organizzato a San Giovanni in Fiore confronteremo i candidati a sindaco su un tema che vale più di qualsiasi slogan elettorale: il diritto alla salute. Perché amministrare un territorio significa prima di tutto garantire sicurezza, assistenza e dignità ai cittadini.
E oggi la vera modernità non è inaugurare l’ennesima targa o tagliare nastri davanti alle telecamere. La vera modernità è impedire che una persona venga lasciata sola mentre il suo cuore chiede aiuto.
Se questa richiesta verrà accolta, non sarà una vittoria personale. Sarà una vittoria collettiva. Un piccolo passo verso una sanità più umana, più presente, più giusta.
E forse, in mezzo a una Calabria che troppo spesso si arrende al “tanto non cambia niente”, sarebbe già una rivoluzione enorme.
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