LISTE CIVICHE: VERO LABORATORIO LEGHISTA DELLA DERIVA CALABRESE

LA CALABRIA NELLA MORSA LEGHISTA

COME UNA TERRA FERITA È STATA CONVINTA AD APPLAUDIRE CHI L’HA SEMPRE DISPREZZATA

C’è qualcosa di profondamente malato nel vedere pezzi di Calabria inginocchiarsi politicamente davanti alla Lega


Un partito nato insultando il Sud, deridendo i meridionali, parlando della Calabria come di una zavorra nazionale, oggi riesce perfino a trovare difensori locali pronti a sventolarne le bandiere. La politica italiana è un laboratorio permanente di amnesia collettiva: basta cambiare slogan, infilarsi una felpa nuova, fare due selfie con la nduja e improvvisamente decenni di insulti spariscono. Una specie di riciclaggio morale con effetti speciali da televendita. 

La Lega non nasce come forza nazionale. Nasce come progetto identitario del Nord contro il Sud

Per anni ha raccontato i meridionali come parassiti, fannulloni, incapaci di produrre sviluppo. Non erano uscite isolate. Era la struttura ideologica del partito. Poi, quando il vento elettorale è cambiato, la Lega ha semplicemente sostituito il linguaggio senza cambiare davvero la sostanza. Meno secessione esplicita, più nazionalismo urlato. Meno “Roma ladrona”, più “difendiamo i confini”. Ma il meccanismo è rimasto identico: alimentare rabbia, trovare nemici e sfruttare territori fragili come serbatoi elettorali.

E la Calabria, devastata da decenni di abbandono istituzionale, è diventata terreno perfetto.

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

IL PROGETTO CHE RISCHIA DI SEPPELLIRE IL SUD

Dietro la propaganda social, dietro i video aggressivi e le dirette costruite come risse da bar, esiste una linea politica molto precisa. L’autonomia differenziata. Il vero cuore del progetto leghista.

Tradotto senza linguaggio tecnico: più soldi e servizi alle regioni già ricche, meno risorse a quelle fragili. Ospedali migliori al Nord. Scuole più forti al Nord. Trasporti più efficienti al Nord. Opportunità concentrate dove già esistono. Il Sud lasciato a galleggiare.

Per una regione come la Calabria questo significa una condanna lenta. Una desertificazione sociale legalizzata. Perché quando togli sanità, istruzione e infrastrutture a un territorio già fragile, non stai amministrando: stai scavando una fossa.

Eppure esistono politici calabresi, all'apparenza colti Ma fondamentalmente ignoranti (oltre che vigliacchi), pronti a sostenere tutto questo pur di ottenere spazio, candidature o protezioni di partito. Figure tragicomiche che passano metà del tempo a proclamarsi difensori del territorio e l’altra metà a sostenere progetti che quel territorio lo impoveriscono ulteriormente. Una forma di servitù politica mascherata da pragmatismo.

LA POLITICA DELLA PAURA

IL BUSINESS DELLA RABBIA PERMANENTE

La Lega non risolve il disagio sociale. Lo utilizza. Più una popolazione è impaurita, arrabbiata e impoverita, più diventa vulnerabile alla propaganda populista.

E allora ecco il meccanismo perfetto: trasformare ogni frustrazione in guerra culturale. Dare sempre un nemico in pasto all’opinione pubblica. I migranti. L’Europa. I poveri. I giornalisti. Gli insegnanti. Gli intellettuali. Chiunque basti a evitare una discussione seria sulle vere responsabilità politiche.

Nel frattempo i problemi reali restano identici. I giovani continuano a scappare dalla Calabria. La sanità continua a crollare. Le infrastrutture sembrano uscite da un documentario sul dopoguerra. Interi paesi si svuotano lentamente. Però il dibattito pubblico viene drogato quotidianamente con slogan aggressivi, paura e conflitto permanente. La politica ridotta a tifo isterico. Un gigantesco reality show rabbioso dove nessuno governa davvero nulla ma tutti urlano continuamente.

VANNACCI E LA DERIVA ESTREMISTA

QUANDO IL MOSTRO DIVENTA PIÙ ESTREMO DEL SUO CREATORE

Dentro questo clima sta crescendo qualcosa di ancora più inquietante. La figura di Roberto Vannacci rappresenta una radicalizzazione ulteriore della destra italiana.

Se ha sempre usato il populismo come strumento opportunistico, Vannacci intercetta invece una parte di elettorato che vuole uno scontro ideologico permanente, muscolare, identitario. Una destra ancora più estrema, più aggressiva, più ossessionata dal concetto di ordine e nemico interno.

Ed è qui che il pericolo diventa enorme per territori fragili come la Calabria. Perché dove esistono disoccupazione, sfiducia istituzionale e disperazione sociale, i messaggi autoritari trovano terreno fertile. La rabbia diventa ideologia. Il rancore diventa consenso.

Vannacci oggi si alimenta dei pezzi più esasperati della Lega, ma anche di settori del centrodestra e persino di una pseudo-sinistra trasformista ormai svuotata di qualsiasi identità reale. Politici senza idee, pronti a migrare verso qualunque contenitore garantisca potere rapido, visibilità e carriera. Figure senza spina dorsale che cambiano appartenenza politica con la stessa naturalezza con cui cambiano foto profilo sui social.

I PIÙ PERICOLOSI NON SONO QUELLI CHE URLANO

MA QUELLI CHE SI MIMETIZZANO

E infatti il problema più grave non sono nemmeno i leghisti dichiarati. Almeno loro mostrano chiaramente cosa sono. I più pericolosi sono i trasformisti infiltrati.

Quelli che oggi fingono di essere progressisti e domani li ritrovi a frequentare ambienti fascioleghisti senza alcun imbarazzo. Quelli che parlano di diritti sociali in pubblico e poi strizzano l’occhio ai peggiori populismi autoritari appena intravedono possibilità di carriera.

Sono figure politicamente liquide. Senza ideologia, senza coerenza, senza dignità politica. Gente che non ha tessere ufficiali ma frequenta salotti reazionari, ambienti leghisti, circoli nostalgici dell’uomo forte, salvo poi nascondersi dietro la bandiera rossa quando conviene elettoralmente.

Ed è proprio questo trasformismo permanente ad aver devastato la Calabria quasi quanto la povertà economica. Perché distrugge il concetto stesso di fiducia politica. Tutto diventa opportunismo. Tutto diventa marketing personale. Tutto diventa trattativa.

IL VERO LABORATORIO DELLA DERIVA

SONO LE LISTE CIVICHE

Ma il punto più sporco di tutta questa storia sta ancora più in basso. Nei comuni. Nelle elezioni locali. Nelle famose liste civiche che tanti considerano innocue solo perché non hanno simboli nazionali.

Ed è lì che spesso si annida il peggio.

La lista civica in Calabria è diventata troppo spesso la lavanderia perfetta delle identità politiche imbarazzanti. Il luogo dove tutto si mescola e tutto si nasconde. Fascisti mascherati da moderati. Leghisti travestiti da civici. Ex grillini convertiti improvvisamente al clientelismo territoriale. Finti progressisti seduti allo stesso tavolo con nostalgici reazionari. Un’accozzaglia costruita apposta per confondere gli elettori.

E la gente continua a cascarci perché dentro quelle liste trova l’amico d’infanzia, il parente, il vicino di casa, il compare del paese. Così il voto smette di essere politico e diventa relazionale. Non si votano idee. Si votano conoscenze personali. Favori. Appartenenze familiari. Piccoli interessi locali.

Ed è proprio lì che prospera la peggiore cultura fascioleghista moderna: non necessariamente nei simboli ufficiali, ma nei sistemi opachi di potere locale dove ideologie diverse si fondono soltanto per conquistare consenso e controllo.

COME RICONOSCERE QUESTE LISTE

DALL’AMBIGUITÀ ORGANIZZATA

Le riconosci facilmente perché non vogliono mai dire chiaramente cosa sono. I loro programmi, tutti uguali, parlano genericamente di “territorio”, “buon senso”, “fare squadra”, “superare le ideologie”. Evitando accuratamente di toccare i problemi reali. 

Frasi apparentemente innocue che spesso servono soltanto a nascondere il vuoto politico.

Dentro trovi di tutto. Simpatizzanti leghisti accanto a ex militanti di sinistra. Residui berlusconiani seduti vicino a moralisti improvvisati. Sovranisti accanto a pseudo-progressisti. Tutti insieme appassionatamente, uniti soltanto dalla fame di gestione del potere locale.

Ma un simpatizzante leghista non smette di esserlo solo perché si presenta in una lista civica. Un fascista non diventa democratico solo perché toglie il simbolo dal manifesto. Un trasformista resta trasformista anche se si definisce “apartitico”. Cambiano le etichette, non la sostanza.

Ed è questo il vero dramma calabrese: la politica non viene più giudicata per idee, visione o coerenza, ma per convenienza personale e reti di relazione.

COME SI LIBERA LA CALABRIA? 

SMETTENDO DI VOTARE CONTRO SE STESSA!

La Calabria non si libererà grazie all’ennesimo uomo forte, all’ennesimo populista urlatore o all’ennesimo influencer della rabbia politica. Non arriverà nessun salvatore con la felpa, il rosario o la diretta Facebook.

Si libererà soltanto quando i cittadini ricominceranno a pretendere chiarezza, coerenza e dignità politica.

Quando smetteranno di votare chi li insulta da trent’anni.

Quando smetteranno di confondere il clientelismo con il civismo.

Quando smetteranno di premiare i trasformisti soltanto perché “sono del paese”.

Quando capiranno che una lista che tiene insieme tutto e il contrario di tutto non è pluralismo democratico. È opportunismo organizzato.

Perché la Calabria non ha bisogno di altri incendiari politici che campano di rabbia e propaganda. Ha bisogno di persone capaci di costruire, amministrare e difendere il territorio senza venderlo al primo partito di turno.

E soprattutto deve ricordare una cosa semplice: chi ha sempre disprezzato il Sud non smette improvvisamente di disprezzarlo solo perché viene a mangiare salsiccia e peperoncino davanti alle telecamere

Quella non è riconciliazione politica. È marketing elettorale. E pure abbastanza scadente.

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