2 GIUGNO: DALLA REPUBBLICA DEI COSTITUENTI A QUELLA DELLE BANANE

2 GIUGNO: DALLA REPUBBLICA DEI COSTITUENTI A QUELLA DELLE BANANE

Ogni 2 giugno l'Italia si veste a festa. Le Frecce Tricolori colorano il cielo, le autorità si schierano in prima fila, i politici riscoprono improvvisamente la Costituzione e i telegiornali si riempiono di parole solenni come democrazia, libertà, partecipazione e cittadinanza.


Per ventiquattro ore sembra di vivere nel Paese immaginato dai Padri Costituenti.

Poi arriva il 3 giugno e passa tutto.

La verità è che il problema non è la Repubblica. Il problema è ciò che ne abbiamo fatto.

Per capirlo bisogna fare un passo indietro.

Nel 1848 Carlo Alberto concesse lo Statuto Albertino. Una carta che oggi viene spesso raccontata come un grande passo verso la modernità. In realtà era una concessione del sovrano ai sudditi. Il re conservava il potere vero e il popolo poteva assistere alle decisioni più o meno come uno spettatore assiste a una partita già decisa.

Con l'Unità d'Italia lo Statuto Albertino divenne la legge fondamentale del Regno. Ma il Paese continuò a essere governato da una ristretta élite. Il popolo esisteva soprattutto quando bisognava mandarlo in guerra o chiedergli sacrifici.

Poi arrivò il fascismo.

E qui la storia dovrebbe essere studiata molto attentamente da chi oggi parla di difesa delle istituzioni. Lo Statuto Albertino non riuscì a fermare Benito Mussolini. Vittorio Emanuele III non fermò Benito Mussolini. Le classi dirigenti non fermarono Benito Mussolini.

Lo accompagnarono fino al potere.

Il risultato fu una dittatura, una guerra disastrosa e un Paese ridotto in macerie.

Dalle rovine nacque però qualcosa di straordinario.

Il 2 giugno 1946 gli italiani mandarono a casa la monarchia e scelsero la Repubblica.

Fu probabilmente uno dei rarissimi momenti nei quali l'Italia riuscì a essere migliore di se stessa.

Da Alcide De Gasperi a Palmiro Togliatti, da Umberto Terracini a Piero Calamandrei, da Sandro Pertini a Lelio Basso, uomini profondamente diversi tra loro riuscirono a costruire una Costituzione che ancora oggi è considerata una delle più avanzate al mondo.

Non scrissero semplicemente delle regole.

Scrissero una promessa.

Una Repubblica fondata sul lavoro. Una Repubblica capace di garantire salute, istruzione, dignità, uguaglianza e partecipazione.

In altre parole scrissero l'Italia che avrebbe dovuto essere.

Poi arrivarono i professionisti della politica.

La Prima Repubblica costruì scuole, ospedali e infrastrutture, ma costruì anche clientele, correnti, favori e sistemi di potere che spesso avevano poco a che vedere con l'interesse generale.

Quando Tangentopoli travolse la vecchia classe dirigente, molti pensarono che fosse arrivato il momento della rinascita.

Invece cambiarono gli attori e rimase il copione.

Silvio Berlusconi trasformò la politica in uno spettacolo televisivo permanente e in un puttanificio istituzionalizzato. Massimo D'Alema e Walter Veltroni inseguirono la modernizzazione senza mai riuscire davvero a realizzarla. Matteo Renzi promise di rottamare tutto e finì rottamato lui stesso. Giuseppe Conte si ritrovò a Palazzo Chigi come il supplente chiamato all'improvviso durante un'assemblea scolastica. Matteo Salvini passò dal "Roma ladrona" al nazionalismo patriottico con una velocità che farebbe impallidire un campione olimpico dei cento metri. Giorgia Meloni è arrivata al governo promettendo una svolta epocale e si è scontrata con quella vecchia tradizione italiana che consiste nel cambiare slogan per lasciare intatti i problemi.

Nel frattempo la Costituzione è rimasta lì.

Bellissima.

Intoccabile.

Citata.

Celebrata.

Ignorata.

L'articolo 1 continua a dire che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mentre milioni di giovani cercano il proprio futuro a Berlino, Londra o Melbourne.

L'articolo 32 continua a tutelare la salute mentre le liste d'attesa sembrano progettate da qualche autore di fantascienza specializzato in viaggi nel tempo.

L'articolo 3 continua a parlare di uguaglianza mentre nascere in certi territori significa partire decine di metri dietro gli altri già al momento del via.

Ed è qui che arriva il punto.

Per anni abbiamo sorriso sentendo parlare delle cosiddette "repubbliche delle banane". Le immaginavamo lontane, esotiche, caratterizzate da governi fragili, corruzione diffusa, favoritismi e istituzioni utilizzate più per servire chi comanda che i cittadini.

Poi abbiamo guardato meglio dentro casa.

Una Repubblica normale valorizza il merito. Una Repubblica delle banane valorizza le conoscenze.

Una Repubblica normale programma il futuro. Una Repubblica delle banane vive di emergenze.

Una Repubblica normale applica le regole. Una Repubblica delle banane trova sempre un'eccezione, una scorciatoia, un favore, una deroga o un amico disposto a telefonare alla persona giusta.

No, l'Italia non esporta banane.

Esporta medici.

Esporta infermieri.

Esporta ingegneri.

Esporta ricercatori.

Esporta giovani.

Li forma con denaro pubblico e poi li regala ad altri Paesi che li accolgono ringraziando.

Un capolavoro di autolesionismo che dovrebbe essere studiato nelle università.

Nel frattempo i governi si alternano, i simboli cambiano, i partiti si sciolgono e si ricompongono, ma il cittadino continua a percepire la stessa sensazione: quella di vivere in una nazione che celebra continuamente i propri principi e applica sempre meno le proprie promesse.

Così il 2 giugno diventa una giornata paradossale.

Da una parte c'è la Repubblica immaginata da Calamandrei e Pertini, fondata sulla partecipazione, sulla giustizia sociale e sulla dignità del lavoro.

Dall'altra c'è una Repubblica che troppo spesso sembra una repubblica delle banane in giacca e cravatta, perfetta nelle cerimonie, impeccabile nei discorsi ufficiali, straordinaria nelle commemorazioni e sorprendentemente inefficiente quando si tratta di trasformare quei principi in realtà.

La Repubblica non è morta.

È ancora qui.

Resiste nelle istituzioni, nella Costituzione e soprattutto nei cittadini che continuano a crederci.

Ma ogni anno che passa appare sempre più evidente la distanza tra il sogno dei Costituenti e la realtà costruita da decenni di mediocrità politica.

E allora forse il modo migliore per celebrare il 2 giugno non è applaudire le parole di circostanza.

È ricordare una semplice verità.

La Repubblica che ci hanno lasciato era una promessa.

Quella che abbiamo oggi, troppo spesso, assomiglia a una promessa mantenuta a metà.

E quando una nazione arriva a festeggiare i propri principi più di quanto riesca a praticarli, il confine tra una grande democrazia e una repubblica delle banane diventa pericolosamente sottile.

Forse è proprio questo il vero motivo per cui il 2 giugno continua a fare discutere.

Perché molti italiani non si chiedono più se la Repubblica esista.

Si chiedono dove sia finita.

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