DOPO LE LACRIME E LE CORONE DI FIORI, RESTANO I CAMPI E GLI SCHIAVI

AMENDOLARA, I MORTI CHE TUTTI CONOSCEVANO GIÀ

IL CAPORALATO NON È UN INCIDENTE. È UN MODELLO DI BUSINESS.

Quattro braccianti pakistani sono stati bruciati vivi ad Amendolara. Secondo le testimonianze e le prime ricostruzioni investigative, avevano osato fare ciò che in uno Stato civile dovrebbe essere normale: chiedere di essere pagati e pretendere condizioni di lavoro dignitose. Per questo sono morti.


I loro nomi erano Amin, Ullah, Safi e Waseem. Non erano fantasmi. Non erano numeri. Erano lavoratori. Erano esseri umani. Erano quelli che raccolgono la frutta che finisce sulle nostre tavole mentre qualcuno, lungo la filiera, accumula profitti e qualcun altro accumula silenzio.

Adesso partirà il rituale che conosciamo a memoria. I comunicati istituzionali. Le dichiarazioni indignate. Le fiaccolate. Le corone di fiori. Le lacrime televisive. La Calabria e l'Italia intera sembreranno improvvisamente scoprire l'esistenza del caporalato, come se fosse comparso ieri mattina dal nulla, come un fungo velenoso nato per caso lungo la Statale 106.

Peccato che non sia così.

Tutti sanno.

Sanno le istituzioni. Sanno le aziende agricole. Sanno le organizzazioni di categoria. Sanno i sindacati. Sanno le amministrazioni locali. Sanno le forze politiche. Sanno perfino i cittadini che abitano nei territori dove, alle quattro del mattino, i furgoni carichi di lavoratori partono verso i campi.

Il caporalato non vive nascosto. Vive tollerato.

Nella Piana di Sibari, come in tante altre aree agricole italiane, lo sfruttamento dei lavoratori migranti non è una leggenda metropolitana. È una realtà denunciata da anni da inchieste, magistratura, sindacati e associazioni. Paghe misere, contratti fittizi, trasporti gestiti dai caporali, alloggi sovraffollati, ricatti continui. Tutto noto. Tutto documentato. Tutto apparentemente intoccabile.

La domanda vera non è perché quattro uomini siano stati uccisi.

La domanda vera è perché si sia aspettato che quattro uomini venissero uccisi.

Perché il problema non sono soltanto i caporali. Sarebbe troppo comodo fermarsi lì.

I caporali sono l'ultimo anello della catena. Sono gli esecutori materiali di un sistema che produce enormi vantaggi economici. Dietro di loro esistono filiere produttive, interessi economici, prezzi imposti dalla grande distribuzione, aziende che beneficiano direttamente o indirettamente di manodopera sottopagata e di lavoratori resi ricattabili dalla loro condizione di vulnerabilità.

Quando un sistema produce profitti, quel sistema trova sempre qualcuno disposto a difenderlo, a minimizzarlo o semplicemente a voltarsi dall'altra parte.

È qui che finisce l'ipocrisia.

Perché se davvero si volesse eliminare il caporalato, bisognerebbe colpire chi guadagna dal caporalato.

Seguire i soldi.

Controllare le aziende.

Verificare le filiere.

Proteggere chi denuncia.

Punire chi sfrutta.

Interdire dal mercato chi costruisce i propri margini economici sulla disperazione umana.

Ma questo significherebbe disturbare interessi enormi.

Molto più semplice commuoversi davanti alle bare.

Molto più conveniente parlare genericamente di "tragedia".

Molto più rassicurante trasformare un sistema in una fatalità.

La verità è che il caporalato non sopravvive nonostante il sistema economico. Sopravvive perché è utile a qualcuno.

E fino a quando questa verità non verrà affrontata senza paura e senza complicità, Amendolara non sarà un'eccezione.

Sarà soltanto un'altra tappa di una storia che tutti conoscevano già.

Anche prima che le fiamme bruciassero quei ragazzi.

Tra qualche giorno le telecamere se ne andranno. I titoli spariranno dalle prime pagine. I politici smetteranno di indignarsi a comando e torneranno a occuparsi di ciò che produce consenso, non giustizia.

Resteranno quattro tombe e quattro famiglie spezzate.

Resteranno i campi, gli stessi di prima. Resteranno i furgoni all'alba, le giornate sottopagate, la paura di perdere quel poco che si ha. Resteranno i caporali, pronti a continuare il loro mestiere sulle spalle della disperazione umana. Perché il problema non è mai stato l'assenza di denunce. Il problema è che lo sfruttamento fa comodo a troppi.

L'inchiesta farà il suo corso. Forse arriveranno arresti, processi, sentenze. Forse no. Intanto fascicoli, verbali e testimonianze finiranno ad accumularsi negli scaffali di qualche ufficio giudiziario, trasformandosi lentamente nell'ennesimo faldone impolverato custodito nell'armadio dell'ipocrisia nazionale.

E mentre tutti continueranno a chiedersi chi sia il colpevole, nessuno avrà il coraggio di guardare il sistema che ha armato la mano di Caino.

Perché Caino non è mai solo.

Caino ha complici, protettori, convenienze, silenzi.

E soprattutto ha una fortuna immensa: vive in un Paese dove tutti lo condannano a parole, ma quasi nessuno ha davvero interesse a fermarlo.

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