IL GENERALE VANNACCI E LA TEORIA DELL'AVVINAZZATO

Prima il fatto, perché la realtà riesce sempre a battere la satira sul tempo.
Il deputato Emanuele Pozzolo è finito fuori strada con il suo SUV sulla superstrada Biella-Cossato durante un forte temporale. La sua versione è che l'auto avrebbe fatto aquaplaning a causa dell'asfalto bagnato. Dopo l'incidente, però, l'etilometro ha rilevato un tasso alcolemico che, secondo le notizie emerse, sarebbe risultato circa il doppio del limite consentito dalla legge. Sono scattati ritiro della patente e contestazione penale.
E fin qui tutto regolare. 

Ammetto innanzitutto che questa vicenda non avrebbe dovuto occupare più di trenta secondi della mia attenzione. Più o meno il tempo che dedico alle notizie sul campionato mondiale di uncinetto subacqueo o alle dinamiche sentimentali dei panda in cattività.

Poi però è intervenuta la politica italiana.

E quando interviene la politica italiana, anche un banale incidente stradale può trasformarsi in un viaggio psichedelico dentro l'assurdo.

I fatti sarebbero semplici. Piove. Un parlamentare esce di strada. Arriva l'etilometro. Il tasso alcolemico supera il limite consentito dalla legge.

Sipario.

In qualsiasi Paese abitato da esseri umani dotati di un minimo istinto di sintesi, la storia finirebbe qui.

In Italia invece no.

In Italia il fatto è soltanto il trailer.

Il film comincia dopo.

Perché improvvisamente non si parla più dell'incidente. Non si parla più del limite. Non si parla nemmeno della legge.

Si apre invece invece una disputa teologica sul concetto di avvinazzamento.

Mancano soltanto due cardinali, un rabbino e un monaco tibetano convocati in prima serata per stabilire se il vino ingerito possieda davvero una natura alcolica oppure se sia soltanto una costruzione sociale imposta dai poteri forti.

Ed ecco comparire Roberto Vannacci a ricordarci che superare il limite non significa necessariamente essere ubriachi. Minchia, che mente! 

Che poi è pure vero.

Anche avere quaranta di febbre non significa necessariamente essere un termosifone.

Ma il punto non è quello.

Il punto è che la legge non è un talent show nel quale una giuria assegna il bollino di "ubriaco ufficiale" soltanto quando il concorrente cade da una sedia tentando di corteggiare un ficus.

La legge stabilisce una soglia. Una linea. Un confine.

Una di quelle cose che normalmente vengono considerate piuttosto utili quando si guida un'automobile da una tonnellata e mezzo.

Ma noi siamo italiani.

Noi abbiamo una relazione complicata con i confini.

Li vediamo e subito sentiamo il bisogno di discuterci. Di reinterpretarli. Di negoziarli. Di contestualizzare. Di approfondire. Di convocare un talk show.

Per cui l'etilometro diventa un'opinione.

Il dato diventa una percezione.

La responsabilità diventa un punto di vista.

Tra poco qualcuno proporrà che il tasso alcolemico venga certificato da una commissione artistica incaricata di valutare l'intensità emotiva dello stato di ebbrezza.

Perché magari 1,2 grammi per litro non sono 1,2 grammi per litro.

Magari sono un'esperienza.

Un percorso interiore.

Un progetto culturale.

Poi arriva la questione dell'aquaplaning.

Che esiste davvero.

Esattamente come esistono i terremoti, gli sciami di zanzare e le promesse elettorali mantenute. Anzi no, scusate, ho esagerato di nuovo.

L'aquaplaning è un fenomeno reale.

Ma è curioso come in Italia ogni volta che qualcuno combina un guaio si materializzi immediatamente una forza della natura pronta ad assumersi tutte le responsabilità.

La pioggia.

Il destino.

La luna storta.

Mercurio retrogrado.

Le correnti atlantiche.

Tra un po' daremo la colpa alle maree anche per i bilanci pubblici.

Eppure la domanda resta disarmante nella sua semplicità.

Se fuori c'è il diluvio universale e dentro l'organismo c'è più alcol di quanto la legge consenta, siamo proprio sicuri che le due cose non si siano almeno salutate?

Perché qui non stiamo parlando di un cittadino qualsiasi.

Non del classico zio che a Natale sostiene di essere perfettamente lucido mentre sta discutendo con l'albero addobbato.

Stiamo parlando di un parlamentare della Repubblica.

Uno che le leggi non dovrebbe soltanto subirle.

Dovrebbe anche conoscerle.

Magari persino rispettarle.

Lo so, è una richiesta ambiziosa.

Quasi visionaria.

Ma ogni tanto bisogna concedersi il lusso dell'utopia.

La parte più affascinante di tutta questa storia, però, resta un'altra.

La straordinaria capacità della politica italiana di trasformare qualunque cosa in una questione lessicale.

Non importa cosa sia successo.

Importa trovare le parole giuste per far sembrare che sia successo qualcos'altro.

È una forma d'arte nazionale.

Un patrimonio immateriale dell'umanità.

Un giorno finirà anche questa vicenda.

L'incidente sarà archiviato.

Le polemiche evaporeranno.

I comunicati stampa torneranno a riposare nelle loro cartelline.

Ma resterà la lezione più preziosa.

In Italia non esistono mai i fatti.

Esistono soltanto interminabili tentativi di convincerci che i fatti abbiano frainteso la situazione.



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