LA REPUBBLICA DEGLI INCAZZATI

IL VOTO NOMADE E L'INCUBO CHE AGITA LA DESTRA

DA GRILLO A VANNACCI, IL POPOLO CERCA SEMPRE UN NUOVO ARIETE

La politica italiana continua a commettere lo stesso errore: scambiare il voto di protesta per un fenomeno passeggero


Lo fece con il Movimento 5 Stelle prima del 2018. Lo fece con la Lega prima delle Europee del 2019. Lo fece con Fratelli d'Italia prima delle Politiche del 2022. E potrebbe farlo ancora oggi con Roberto Vannacci e il suo progetto politico.

Ogni volta il copione è identico. Editorialisti, strateghi, professionisti del commento televisivo e dirigenti di partito si convincono che l'elettore sia tornato docile nel recinto delle appartenenze tradizionali. Poi arriva il voto e il recinto salta per aria.

Nel 2018 il Movimento 5 Stelle conquistò il 32,7% dei consensi. Sembrava l'alba di una rivoluzione. Nel 2019 la Lega di Salvini sfondò il 34,4% alle Europee. Sembrava l'inizio di un dominio destinato a durare decenni. Nel 2022 Fratelli d'Italia arrivò al 26%, raccogliendo il malcontento accumulato contro governi tecnici, larghe intese e promesse mancate.

Tre vincitori diversi in quattro anni.

Già questo dovrebbe bastare per capire che il voto italiano non è più ideologico. È emotivo. È mobile. È nomade.

L'elettore contemporaneo non sposa più una bandiera. Affitta una speranza.

Quando quella speranza delude, cambia padrone senza il minimo rimorso.

IL GRANDE MERCATO DELLA DELUSIONE

La verità che la politica continua a non voler vedere è semplice e brutale.

Gli italiani non premiano più i partiti. Puniscono quelli che li hanno delusi.

È una differenza enorme.

Il consenso oggi non si costruisce sulla fedeltà ma sulla frustrazione. Vince chi riesce a rappresentare meglio la rabbia del momento. E perde chi è costretto a governare e quindi a confrontarsi con la realtà.

Per questo motivo ogni forza antisistema, una volta arrivata al potere, finisce inevitabilmente per consumarsi.

È accaduto ai Cinque Stelle.

È accaduto alla Lega.

Sta accadendo anche a Fratelli d'Italia.

Non perché siano necessariamente peggiori degli altri, ma perché la protesta è una benzina potentissima quando si è all'opposizione e diventa un veleno quando si governa.

Chi promette di abbattere il sistema, una volta dentro il sistema, finisce inevitabilmente per esserne giudicato.

LA SINISTRA ASSENTE E LA GUERRA NEL CAMPO DELLA DESTRA

In questo scenario emerge un altro elemento decisivo.

La sinistra italiana appare incapace di intercettare il disagio sociale che attraversa il Paese.

Divisa, litigiosa e spesso più impegnata a discutere di sé stessa che degli italiani, non riesce a proporsi come alternativa credibile di governo.

Questo significa che il conflitto politico più rilevante non si svolge più tra destra e sinistra.

Si svolge dentro la destra.

È lì che si combatte la vera battaglia per il consenso.

È lì che si accumulano tensioni, rivalità e ambizioni.

Ed è lì che un eventuale progetto guidato da Vannacci potrebbe trovare il proprio spazio.

Non perché gli elettori cerchino necessariamente un nuovo leader, ma perché cercano costantemente un nuovo strumento per esprimere insoddisfazione.

IL PROBLEMA SI CHIAMA SALVINI

Chi osserva il quadro politico senza paraocchi fatica a non notare una realtà.

La Lega non è più quella del 2019.

L'epoca delle piazze oceaniche, dei selfie permanenti e della percezione di invincibilità appare lontanissima.

Matteo Salvini ha attraversato una parabola che molti leader populisti hanno conosciuto prima di lui: crescita rapidissima, aspettative enormi e successiva erosione del consenso.

Oggi il partito appare privo della forza propulsiva che lo aveva trasformato nel principale riferimento della destra sovranista.

Proprio per questo motivo l'eventuale comparsa di una nuova offerta politica collocata nello stesso spazio elettorale rappresenterebbe una minaccia diretta.

La storia insegna che gli elettori di protesta raramente restano fedeli. Seguono chi appare più credibile nel ruolo di contestatore del sistema.

Chi appare, non chi è credibile. 

E in questo momento Vannacci potrebbe apparire ad alcuni elettori più coerente (anche se non lo è affatto e il suo è solo un format) di chi governa da anni o ha già governato.

IL RISCHIO CHE MOLTI NON VOGLIONO VEDERE

Sottovalutare un fenomeno politico emergente è spesso il modo più rapido per alimentarlo.

Lo hanno imparato a proprie spese i partiti tradizionali con Grillo.

Lo hanno imparato gli avversari di Salvini.

Lo hanno imparato gli avversari di Giorgia Meloni.

Per questo liquidare il fenomeno Vannacci come una semplice curiosità mediatica potrebbe rivelarsi un errore.

Se decidesse di costruire una forza autonoma e competitiva, la sua sfida non sarebbe principalmente contro la sinistra.

Sarebbe contro la Lega.

E sarebbe una guerra combattuta nello stesso elettorato, con le stesse parole d'ordine e sugli stessi temi.

La politica italiana ha dimostrato più volte che il consenso può spostarsi con una velocità impressionante.

Chi oggi ride di un fenomeno nascente spesso si ritrova domani a studiarne le cause della vittoria.

In Italia il voto non è più una casa.

È un treno.

E milioni di elettori sono pronti a scendere alla prossima fermata se ritengono che il viaggio promesso non li stia portando da nessuna parte.

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