REMIGRAZIONE E PATRIOTTISMO COL CULO DEGLI ALTRI
REMIGRAZIONE E PATRIOTTISMO COL CULO DEGLI ALTRI
C'è una categoria politica che ama parlare di sacrifici. Purché siano quelli degli altri.
A ogni campagna elettorale rispunta il solito copione: gli immigrati rubano il lavoro, gli immigrati costano troppo, gli immigrati sarebbero il problema di ogni disagio sociale. Un bersaglio facile. Comodo. Redditizio dal punto di vista elettorale.
Tra i protagonisti di questa narrazione c'è anche il generale Roberto Vannacci, diventato punto di riferimento di una destra che trasforma la paura in programma politico e la rabbia in consenso. Una politica che divide gli italiani tra "veri" e "finti", tra meritevoli e indesiderati, tra normali e non abbastanza normali.
Ma c'è una domanda che nessuno di loro sembra voler affrontare.
Chi raccoglie la frutta sotto il sole di agosto?
Chi lavora nei magazzini della logistica con ritmi che spezzano schiene e vite?
Chi assiste anziani non autosufficienti nelle case di riposo?
Chi pulisce alberghi, serve ai tavoli, lavora nei cantieri, nei turni di notte e nei lavori che molti italiani rifiutano?
La risposta è semplice: molto spesso sono proprio quegli immigrati che vengono indicati come il problema.
È curioso osservare come certi patrioti si indignino per la presenza degli stranieri ma non abbiano alcuna intenzione di sostituirli nei lavori che svolgono ogni giorno. Vogliono meno immigrati, ma pretendono gli stessi servizi, gli stessi raccolti agricoli, gli stessi pacchi consegnati a domicilio e la stessa assistenza agli anziani.
Una magia economica che esiste soltanto nei comizi.
La verità è che una parte della politica ha costruito la propria fortuna elettorale sulla ricerca permanente di un nemico. Ieri eravamo noi meridionali. Poi i rom. Poi gli immigrati. Domani sarà qualcun altro.
Funziona sempre allo stesso modo: si prende una categoria vulnerabile, la si trasforma nel capro espiatorio di problemi complessi e la si offre all'opinione pubblica come bersaglio della frustrazione collettiva.
Nel frattempo restano irrisolti i problemi veri: salari bassi, precarietà, fuga dei giovani, sanità in difficoltà, infrastrutture insufficienti, lavoro nero e sfruttamento.
Problemi che non sono arrivati sui barconi.
Problemi che sono stati prodotti da decenni di cattiva politica.
E allora forse sarebbe il caso di smetterla con il patriottismo da tastiera e con le guerre contro gli ultimi.
Perché non c'è nulla di patriottico nel prendersela con chi raccoglie pomodori per quattro euro l'ora.
Non c'è nulla di coraggioso nel puntare il dito contro chi fa i lavori che altri rifiutano.
E non c'è nulla di rivoluzionario nel vendere paura a chi fatica ad arrivare a fine mese.
Il vero coraggio sarebbe guardare in faccia la realtà.
Una realtà che dice che il lavoro ha dignità indipendentemente dal passaporto.
Che i diritti non hanno nazionalità.
E che un Paese serio non costruisce il proprio futuro mettendo gli ultimi contro i penultimi.
Lo costruisce pretendendo giustizia per tutti.
E il guaio più grande non è nemmeno Vannacci.
Il guaio è che questa politica trovi seguaci persino in Calabria.
In una terra che per oltre un secolo ha riempito valigie di cartone e treni diretti al Nord, in Europa e nel resto del mondo. In una terra che conosce sulla propria pelle cosa significa essere considerati indesiderati, inferiori, stranieri in casa d'altri.
Fa impressione vedere calabresi che applaudono chi parla di remigrazione, che firmano adesioni a partiti che individuano negli immigrati il bersaglio perfetto di ogni malessere sociale.
Fa impressione perché la Calabria dovrebbe sapere meglio di chiunque altro cosa significhi partire per necessità, essere sfruttati, essere guardati dall'alto in basso.
E allora una proposta ai remigratori di casa nostra.
Invece di firmare moduli e condividere slogan sui social, abbiate il coraggio di sostituire voi quei lavoratori che volete cacciare.
Andate voi a raccogliere pomodori per pochi euro sotto quaranta gradi.
Andate voi nei campi all'alba e tornate a casa al tramonto con la schiena spezzata.
Andate voi a fare assistenza agli anziani giorno e notte per stipendi che molti di voi considererebbero offensivi.
Andate voi nei magazzini della logistica a scaricare merci per ore.
Andate voi a consegnare pacchi sotto il sole d'agosto o sotto la pioggia d'inverno.
Andate voi nei cantieri, nelle serre, nelle stalle, nelle cucine, nei lavori pesanti e sottopagati che tenete accuratamente a distanza.
Perché il problema di questa propaganda è che pretende sempre sacrifici dagli altri.
Sempre col culo degli altri.
Si invoca la remigrazione, ma non si è disposti a sostituire chi oggi svolge quei lavori.
Si invoca la chiusura delle frontiere, ma si pretende che tutto continui a funzionare esattamente come prima.
Si invoca il patriottismo, ma si dimentica che il lavoro, quello vero, non si fa con i post su Facebook e con gli slogan da comizio.
Si fa con il sudore.
E finché qualcuno continuerà a pretendere il lavoro degli immigrati senza voler fare il loro lavoro, tutta questa retorica resterà quello che è davvero: non una soluzione, ma un esercizio di ipocrisia.
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